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Isole du Salut, enigmatiche (e affascinanti) terre europee nel bel mezzo del Sud America

Mettete via subito il passaporto: anche se stiamo per volare in Sud America, basta la carta d’identità (valida per l’espatrio). Ma come è possibile? Le Isole du Salut (in lingua originale Îles du Salut, ma comunemente chiamate Isole della Salvezza), sono un arcipelago situato a circa 14 chilometri dalla costa della Guyana Francese, un dipartimento d’oltremare della Francia, quindi dall’altra parte del mondo ma comunque appartenenti all’Unione europea.

Tre masse di origine vulcanica che affiorano tra correnti potenti e acque sorprendentemente limpide, che si trovano geograficamente in un territorio lontanissimo ma facilmente accessibile. Per noi cittadini italiani, infatti, sbarcare qui è semplice quanto atterrare a Parigi (se non fosse per la vaccinazione obbligatoria contro la febbre gialla), ma con l’aria densa di un’umidità equatoriale che incolla i vestiti alla pelle e un paesaggio che ci ricorda i romanzi di avventura più estremi.

Dalle dimensioni ridotte (persino meno di un chilometro quadrato), l’arcipelago concentra una densità storica rara. Vi basti pensare che queste isole hanno ospitato uno dei sistemi penitenziari più duri dell’Ottocento e del primo Novecento, diventando sinonimo di deportazione e isolamento. Prima di tutto ciò, però, erano “solo” le Isole delle Salvezza: diversi coloni mandati dalla madrepatria per popolare la Guyana riuscirono a rifugiarsi su questi scogli quasi totalmente privi delle micidiali zanzare delle paludi e sopravvivere, a differenza degli altri che morirono decimati dalle febbri sulle coste fangose del continente.

Oggi visitarle equivale a conoscere più a fondo un capitolo oscuro della storia umana, ma anche celebrare la resilienza della natura e dello spirito.

Île Royale

Il primo suono che si avverte arrivando a Île Royale, la più grande delle tre isole dell’arcipelago, è quello prodotto dalle scimmie cappuccine che si rincorrono tra i rami dei grandi alberi di mango. In passato Royale era il centro nevralgico del sistema carcerario, il luogo che ospitava gli uffici amministrativi, l’ospedale e la chiesa.

Si approda lungo una costa rocciosa segnata da massi vulcanici scuri, subito seguita da un viale di palme e vegetazione ornamentale introdotta durante il periodo coloniale. Tutto, infatti, appare imponente, ma contemporaneamente impreziosito da una natura tropicale fitta e stratificata, baie protette, e spiagge di sabbia chiara di origine oceanica (ideali per bagni rinfrescanti.)

Gli edifici ufficiali sorgono in posizioni dominanti, con viste aperte verso le altre isole che attualmente sono un pezzo di storia a portata di mano. L’antica casa del direttore, per esempio, è dipinta in tonalità chiare ed è oggi la culla di un museo dedicato alla storia penitenziaria, con tanto di documenti, oggetti quotidiani e ricostruzioni che restituiscono una narrazione in grado di trasmettere il peso della reclusione (ma senza – e per fortuna – ricorrere alla spettacolarizzazione).

Poco distante si trovano la cappella e l’ospedale, entrambi iscritti all’inventario dei monumenti storici, e il quartiere disciplinare, con celle minuscole e superfici graffiate dal tempo. In mezzo a queste varie strutture che per anni sono state sinonimo di inferno, c’è un presenza animale sorprendente: girano saimiri, iguane e pavoni.

Île Saint-Joseph

Più piccolina e persino più aspra e silenziosa è Île Saint-Joseph, una terra che può propagare un senso di solitudine avvolgente fin dal primo sguardo. Del resto, era lei l’isola dedicata alla reclusione solitaria e al castigo più duro. Va specificato, però, che l’accesso non è sempre garantito in quanto dipende dalle condizioni del mare.

Le strutture carcerarie appaiono inghiottite dalla foresta. Muri in pietra locale, intonaci rosati e scale consumate emergono tra liane e alberi ad alto fusto. Le celle disciplinari risultano anguste, prive di aperture ampie, progettate per ridurre stimoli e contatti: venivano chiamate  dai detenuti”mangiatoie per uomini“, perché senza tetto e coperte solo da una grata metallica.

Il percorso per vistare tutto ciò che vi abbiamo appena raccontato segue un tracciato che collega i vari complessi penitenziari fino a una zona cimiteriale affacciata sull’oceano. E, passo dopo passo, non è difficile immaginare (con anche un po’ di inevitabile angoscia) le guardie che camminavano sopra queste passerelle, osservando i prigionieri sottostanti esposti al sole cocente o alle piogge tropicali torrenziali, come se fossero bestie in gabbia.

Arrivati nei pressi dell’acqua salata, però, il paesaggio cambia improvvisamente: una spiaggia di sabbia chiara si apre tra rocce e palme, con acqua turchese e riflessi luminosi.

Île Saint-Joseph, Guayana Francese

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La spiaggia dell’Île Saint-Joseph

Île du Diable

Ve lo diciamo senza troppi giri di parole: l‘Île du Diable (che in italiano traduciamo in Isola del Diavolo) non può essere visitata, ma solo osservata da lontano. Un limite? Certamente, ma per un valido motivo e, soprattutto, un vincolo che non ne modifica di troppo il fascino.

Le correnti violente e la configurazione costiera, infatti, impediscono l’attracco. L’isola è quindi un elemento costante del paesaggio ma anche un luogo irraggiungibile. In passato rappresentava il posto di reclusione dei detenuti politici e delle figure considerate simbolicamente pericolose e il suo nome, che chiaramente rimanda agli inferi, è dovuto a una lunga storia di naufragi e tentativi di fuga falliti.

La sua fama, però, deriva soprattutto dalla detenzione del capitano Alfred Dreyfus, ufficiale francese condannato ingiustamente per tradimento alla fine del XIX secolo. La sua abitazione carceraria, restaurata e classificata monumento storico, resta osservabile soltanto dal mare o dai punti panoramici di Île Royale.

Nonostante ciò, l’assenza di accesso fisico rafforza il valore simbolico del luogo: Île du Diable agisce come memoria visiva permanente, una presenza che richiama il senso ultimo del sistema penitenziario coloniale basato sull’allontanamento definitivo.

Come arrivare alle Isole du Salut

L’accesso all’arcipelago avviene esclusivamente via mare. Il punto di partenza è il porto turistico di Kourou, città costiera della Guyana Francese affacciata sull’Atlantico. Pur avendo una distanza dal continente che misura poco più di una decina di chilometri, la traversata restituisce una sensazione di distacco netto, amplificata dalle correnti e dall’orizzonte aperto.

Le imbarcazioni partono al mattino presto, con orari stabiliti in funzione delle condizioni marine e l’approdo diretto riguarda soltanto l’isola principale, che tra l’altro è anche l’unica in cui si può pure soggiornare. Saint-Joseph richiede trasporto autorizzato, subordinato allo stato del mare, mentre l’Île du Diable, come già accennato, resta esclusa da qualsiasi sbarco per motivi di sicurezza.

Il biglietto include andata e ritorno nella stessa giornata, con rientro nel pomeriggio. Alcuni operatori propongono traversate più flessibili, talvolta a vela, dedicate a chi desidera prolungare la permanenza su Royale pernottando presso l’unica struttura ricettiva dell’arcipelago. I posti risultano limitati, aspetto che suggerisce la necessità di una prenotazione anticipata.

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BIT e Olimpiadi Invernali 2026: tutti pazzi per il turismo sportivo

Quest’anno la Borsa Internazionale del Turismo coincide con i Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026. Non soltanto il capoluogo lombardo è al centro del mondo, ma è anche protagonista di due eventi importantissimi legati ai viaggi.

Il turismo sportivo trova ampio spazio anche all’interno della BIT 2026 con i Travel Makers, coloro che valorizzano esperienze, contenuti e idee, nell’ambito del Travel Makers Fest, cuore della manifestazione fieristica di questa edizione.

I numeri del turismo sportivo

Il turismo sportivo si è ormai affermato come uno dei segmenti più dinamici dell’industria dei viaggi. Secondo Fundamental Business Insights (dati gennaio 2026), a livello globale il mercato vale 918,46 miliardi di dollari nel 2025 e potrebbe raggiungere 4,61 trilioni di dollari entro il 2035, delineando una traiettoria di crescita di lungo periodo. Secondo UN Tourism (ex UNWTO), il turismo sportivo rappresenta oggi circa il 10% della spesa turistica mondiale, una quota che ne certifica il ruolo centrale nei flussi internazionali.

In Europa, il fenomeno trova uno dei suoi epicentri principali. Sempre secondo Fundamental Business Insights, il vecchio continente detiene una quota di mercato del 39,1% nel 2025 e, come evidenziato dal report Tourism Trends and Policies 2024 dell’OECD, il turismo sportivo è stato uno dei principali driver della ripresa post-pandemica, superando in molti Paesi i livelli pre-Covid.

Anche in Italia il segmento mostra segnali forti. Nel 2025, il turismo sportivo ha registrato una crescita del 3,3%, secondo le analisi congiunte di ENIT, Banca d’Italia, ISTAT e SIAE. Il ministero del Turismo stima, per lo stesso anno, oltre 479,7 milioni di presenze complessive, individuando proprio nello sport uno dei fattori strategici a sostegno di questi numeri. A rafforzare il quadro, la ricerca del World Travel & Tourism Council (WTTC) indica per il 2025 un contributo del turismo all’economia italiana pari a 237,4 miliardi di euro, anche grazie all’impatto dei grandi eventi sportivi.

Il turismo sportivo oggi non si esaurisce più nell’evento o nella competizione. Sempre più spesso, lo sport è al centro delle destinazioni come strumento di branding territoriale e leva di rigenerazione urbana. Calcio, Olimpiadi, grandi competizioni internazionali convivono oggi con forme di turismo attivo più diffuse e accessibili, che intrecciano outdoor, lifestyle, cultura e sostenibilità.

Gli eventi a tema sport alla BIT 2026

Tra gli appuntamenti dedicati al turismo sportivo e all’outdoor, all’edizione 2026 della BIT spiccano incontri come “Turismo sportivo: Langhe, Toscana, Fiandre. Quando i luoghi accendono la passione”, che esplora modelli diversi ma convergenti, nei quali lo sport diventa racconto del territorio e strumento di attrattività internazionale.

Dalle colline del Chianti alle Langhe, fino alle Fiandre, il filo conduttore è l’integrazione tra sport, cultura e paesaggio in un’unica narrazione di viaggio: a portare casi concreti ed esperienze sul campo saranno Michele Pescini, Sindaco di Gaiole in Chianti e coordinatore delle Strade Bianche, simbolo di un ciclismo che valorizza borghi e paesaggi; Bruno Bertero, esperto di marketing territoriale per le Langhe, che racconterà come vino e cicloturismo si intrecciano in un’esperienza unica; e la Direzione Turismo delle Fiandre, che presenterà il modello fiammingo, dove il ciclismo è parte integrante dell’identità culturale e della promozione internazionale della destinazione.

Ma si parlerà anche degli impatti positivi dei grandi eventi sui territori, anche guardando ai Giochi Olimpici, con talk come “Olimpiadi. E dopo? L’onda lunga degli eventi sportivi nelle città olimpiche”. L’evento vedrà contributi di Enric Truñó, Assessore allo Sport e Responsabile dei Giochi Olimpici di Barcellona 1992 – uno dei più grandi successi in questo ambito –, Sandrine Bouffenoir, Direttrice di Atout France (ricordando che Parigi ha ospitato l’ultima edizione delle Olimpiadi estive) e Tommaso Sacchi, Assessore alla Cultura del Comune di Milano, città che ha ospitato la cerimonia di apertura e dove si svolgono numerose discipline indoor dei Giochi Invernali.

Non mancherà lo sport di squadra per eccellenza, il calcio, quest’anno protagonista con i Mondiali nordamericani. In “Gioco di Squadra. Come il calcio trasforma il brand delle città”, esperti e protagonisti si confronteranno sul football come fenomeno culturale capace di ridefinire l’immagine delle città e di generare flussi turistici globali.

Infine, il talk “Il Giro d’Italia per il sistema Paese. Territorio, turismo e sport marketing” a cura di BWH Hotels e RCS Sport esplorerà il potenziale di questo iconico evento non solo per i territori che attraversa e fa conoscere, ma anche in chiave di nation branding: le ultime edizioni, infatti, hanno visto la partenza del Giro da numerose location estere – da Gerusalemme nel 2018, prima assoluta fuori dall’Europa, a Budapest nel 2022, fino a Durazzo lo scorso anno e la Bulgaria quest’anno.

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Fortezza di Golubac, il baluardo medievale che sorveglia il Danubio

Tra le tappe più suggestive da inserire in un viaggio in Serbia, la Fortezza di Golubac occupa un posto speciale: si staglia su un pendio roccioso all’ingresso della spettacolare gola di Djerdap, proprio nel punto in cui il Danubio si allarga fino a raggiungere la sua massima ampiezza, e regala panorami che rimangono impressi a lungo.

Andiamo, allora, alla scoperta di una delle cittadelle fortificate medievali meglio conservate del Paese e tra le più affascinanti dei Balcani.

La storia della Fortezza di Golubac

Fortezza medievale di Golubac che si erge sopra la gola del Danubio in Serbia

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Suggestivo scorcio della maestosa Fortezza di Golubac

La Fortezza di Golubac nasce nel XIV secolo come imponente complesso difensivo: è composta da dieci torrioni a sezione quadrangolare, collegati da tre cinte murarie e rinforzati nel tempo per rispondere all’evoluzione delle tecniche militari, soprattutto con l’avvento delle armi da fuoco.

La posizione, tanto suggestiva quanto strategica, l’ha resa teatro di numerosi scontri durante il Medioevo: per secoli, fu contesa tra l’Impero Ottomano e il Regno d’Ungheria, passando più volte di mano tra turchi, bulgari, ungheresi, serbi e austriaci. Una simile instabilità proseguì fino al 1867, quando venne consegnata al principe serbo Mihailo Obrenović III.

Con il tempo, però, la fortezza entrò in una fase di abbandono e nel 1930 fu addirittura costruita (causando danni significativi alla struttura originaria) una strada che la attraversava. Solo nel 1979 arrivò un primo riconoscimento ufficiale, con la dichiarazione di Monumento Culturale di Importanza Eccezionale. Nel 2011 anche l’area tutt’intorno è stata designata come zona turistica e ha aperto la strada a un recupero più ampio.

Il vero cambiamento è poi arrivato grazie ai contributi dell’Unione Europea per la valorizzazione dell’area del Parco Nazionale del Djerdap. I lavori di ristrutturazione, iniziati nel 2014 e conclusi nel 2019, hanno restituito alla fortezza il suo antico splendore e hanno finalmente aperto le porte al pubblico.

Le antiche leggende medievali

Come spesso accade nei luoghi di confine, anche la Fortezza di Golubac è avvolta da un alone di mistero alimentato da antiche leggende medievali. Il suo nome, che significa “città dei piccioni”, è al centro di racconti tramandati nei secoli.

La leggenda più famosa narra la storia di Golubana, una giovane del luogo dalla bellezza straordinaria, tanto da attirare l’attenzione di un crudele pascià turco. L’uomo, innamorato e respinto nonostante doni preziosi e promesse, decide di vendicarsi. Golubana viene legata a una roccia che emerge dalle acque del Danubio, proprio di fronte alla fortezza, con l’intento di lasciarla lì finché non si pentirà della sua scelta. Ma il pentimento non arriva mai: la giovane muore, e quella roccia porta ancora oggi il nome di Babakaj, che in turco significa “pentirsi”. In segno di rispetto e memoria, gli abitanti avrebbero deciso di dare il suo nome alla cittadella.

Un’altra storia vede come protagonista Irene Kantakouzene, conosciuta come la despota Jerina, moglie del despota Djuradj Branković. Nelle leggende popolari serbe, Jerina è spesso associata alla fondazione di numerose fortezze. Originaria di Costantinopoli, non era molto amata dai serbi e soffriva la nostalgia per la terra natale: così, per alleviare la solitudine, si dice che amasse raccontare storie della sua Bisanzio ai piccioni che si posavano sulle sue mani. Da questo legame affettuoso e malinconico deriverebbe, secondo la tradizione, il nome Golubac.

Cosa vedere durante la visita

Turisti che visitano la Fortezza di Golubac in Serbia

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Tutto il fascino medievale della Fortezza di Golubac

La Fortezza di Golubac si presenta come un complesso articolato, suddiviso in tre gruppi principali di edifici collegati da possenti mura fortificate spesse fino a tre metri. L’intero sistema difensivo è protetto da dieci torri e da due saracinesche.

Di fronte alla fortezza spicca un doppio muro con un fossato che, con ogni probabilità, in passato era riempito d’acqua e collegato al Danubio. Al di là di questa linea difensiva sorgeva l’insediamento destinato alla popolazione comune, oggi in gran parte scomparso.

Il gruppo di edifici superiore rappresenta la parte più antica con la cittadella, identificata con la torre 1, e la cappella ortodossa serba collocata nella torre 4.

Il gruppo posteriore è separato da quello superiore da mura di collegamento e da una roccia a strapiombo di circa quattro metri. Accanto alla torre 5 si riconosce un edificio che forse fungeva da caserma militare e deposito di armi, un ambiente essenziale per la vita quotidiana della guarnigione.

Il gruppo anteriore è diviso a sua volta in una parte superiore e una inferiore da un muro che unisce le torri 4 e 7. L’ingresso principale, nella sezione inferiore, è sorvegliato dalle torri 8 e 9, a dimostrazione dell’importanza strategica del punto di accesso. La torre 8 venne in seguito adattata per l’uso di cannoni, mentre nella sezione esterna della parte inferiore ecco la torre 10, aggiunta dai turchi come torre di artiglieria inferiore.

Dove si trova e come raggiungerla

La Fortezza di Golubac svetta nella parte nord-orientale della Serbia, a circa 130 chilometri da Belgrado.

Se scegliete di spostarvi in auto potete partire da Belgrado e seguire le principali arterie stradali in direzione est: il viaggio dura poco più di due ore e permette di muoversi in totale libertà.

Esistono anche collegamenti regolari in autobus dalla capitale serba, con partenze dalla stazione centrale: in questo caso, il tragitto richiede circa tre ore.

Infine, se desiderate un’esperienza davvero memorabile, avete la possibilità di arrivare via fiume: molte crociere sul Danubio includono una sosta alla Fortezza di Golubac, per una prospettiva unica sul complesso fortificato che emerge dalle acque.

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Tornano le visite guidate all’isola di Montecristo, come prenotare l’escursione più bella della vita

C’è un’isola che, più di ogni altra, vive sospesa tra leggenda e realtà. È Montecristo, entrata nell’immaginario collettivo grazie all’immortale romanzo “Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas, che proprio qui ambientò una parte importante della sua celebre storia. Da allora, questo scoglio granitico nel cuore del Mar Tirreno è diventato sinonimo di luogo irraggiungibile, segreto, quasi proibito.

Ma l’isola di Montecristo non è soltanto un mito letterario: è anche uno degli ecosistemi più preziosi e fragili del Mediterraneo, protetto da decenni da regole rigidissime che ne limitano fortemente l’accesso. Ed è per questo che riuscire a visitarla rappresenta un’esperienza decisamente rara, emozionante e memorabile. Anche nel 2026, come ogni anno, l’isola apre le sue porte solo a pochissimi visitatori selezionati, in 23 date e con posti limitati. I pochi che riusciranno a prenotare l’escursione potranno ritenersi decisamente fortunati.

Come visitare l’isola di Montecristo

Ambiente fragile e straordinario, l’isola di Montecristo è da sempre sottoposta a una tutela rigorosa che ne limita fortemente la fruizione turistica. Riconosciuta Riserva Naturale Statale già nel 1971 e Riserva Naturale Biogenetica, l’isola ha ottenuto nel 1988 il prestigioso diploma del Consiglio d’Europa. È interamente compresa nel Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, fa parte della Riserva della Biosfera MAB UNESCO “Isole di Toscana” ed è inclusa nel Santuario Pelagos, dedicato alla protezione dei mammiferi marini.

Un concentrato di riconoscimenti che racconta perfettamente quanto Montecristo non sia una semplice meta da visitare, ma un ecosistema da proteggere con la massima attenzione.

Mare turchese e natura incontaminata all'isola di Montecristo

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Il mare turchese dell’isola di Montecristo

Come prenotare l’escursione

A gestire le visite all’isola sono l’Ente Parco in stretto accordo con il Reparto Carabinieri per la Biodiversità di Follonica. Ma come fare per prenotare l’escursione? Per chi sogna da tempo di visitarla, c’è una data da segnare in agenda: lunedì 9 febbraio 2026, a partire dalle ore 9:00, il Parco Nazionale Arcipelago Toscano aprirà ufficialmente le prenotazioni online per le visite guidate all’isola de “Il Conte di Montecristo“.

Per approfittarne, è necessario accedere al portale ufficiale Parcoarcipelago.info, nella sezione dedicata a Montecristo, inserire i propri dati (la prenotazione è nominativa) e pagare con carta di credito.

In ogni data prevista, possono iscriversi un massimo di 75 visitatori, per un totale complessivo di 1.725 posti totali durante il 2026: numeri che spiegano bene perché i biglietti vadano sempre a ruba.

C’è una buona notizia per i residenti: a loro sono riservati 100 posti a tariffa ridotta, prenotabili esclusivamente online. Potranno prenotare entro e non oltre lunedì 2 marzo 2026. I posti non prenotati dai residenti saranno resi disponibili (dopo il 2 marzo) a tariffa intera.

Escursioni 2026 all'isola Montecristo

Roberti Ridi/PNAT

Escursioni 2026 all’isola Montecristo

Le date del 2026

Per il 2026, le visite all’isola di Montecristo sono in tutto 23, in date diverse, a partire da sabato 21 marzo (la prima escursione) e fino a domenica 20 settembre 2026 (l’ultima visita).

La partenza è prevista da Piombino Marittima, con scalo a Porto Azzurro (Isola d’Elba) e solo in due date – 22 maggio e 12 giugno – la partenza e il rientro avverranno da Porto Santo Stefano, con scalo all’Isola del Giglio.

Quanto costa l’escursione

Il costo dell’escursione è di 140 euro a persona, comprensivo di trasporto marittimo andata e ritorno e del servizio di accompagnamento con Guida Parco. Per i residenti, la tariffa agevolata è di 60 euro a persona.

L’escursione speciale del 2026

Per il secondo anno consecutivo, sarà possibile partecipare a un’escursione speciale per raggiungere il Monte della Fortezza, vetta dell’isola situata a 645 metri d’altezza.

Consigliato soltanto agli escursionisti esperti, è un percorso molto impegnativo attrezzato con cavi e gradini per facilitare la progressione. I posti disponibili sono limitati: massimo 12 partecipanti (sui 75 totali previsti). L’appuntamento per questa esperienza è fissato per sabato 11 aprile e per domenica 6 settembre e il costo è di 180 euro a persona.

In queste speciali giornate, la permanenza sull’isola sarà prolungata di un’ora e i restanti 63 visitatori potranno seguire gli itinerari consueti a un costo di 150 euro a persona (poiché l’escursione avrà una durata maggiore del solito).

Altre informazioni importanti

L’età minima per partecipare alle visite è di 12 anni e non è consentito l’accesso agli animali da compagnia. Se dovessero esserci condizioni meteo avverse? Nessun problema, poiché ai partecipanti già prenotati saranno proposte date di recupero.

Proprio per la sua eccezionale importanza ambientale, l’isola è soggetta a norme rigidissime che è importante conoscere e osservare attentamente: l’accesso è regolamentato sia a terra che a mare, è vietata la balneazione, è proibito prelevare specie vegetali, animali o materiale geologico e non è presente alcun presidio medico. Sull’isola, inoltre, non ci sono abitanti, servizi né connessione internet. È  fondamentale informarsi attentamente sulle regole e le modalità di visita sul sito ufficiale Parcoarcipelago.info.

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Cosa fare a Predazzo, l’anima della Val di Fiemme tra natura, sport e vita autentica

Sono tanti i borghi che stanno acquisendo ancora più apprezzamento grazie alla loro partecipazione alle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026 e Predazzo è uno di questi. Simbolo della Val di Fiemme e incastonato tra le Dolomiti, è tutto da scoprire. Ecco cosa fare, cosa vedere e come raggiungerlo.

Cosa fare e cosa vedere a Predazzo

Nato quasi per scommessa da dodici masi isolati tra i boschi, oggi Predazzo è il motore della Val di Fiemme, ma con un’identità che affonda letteralmente nelle viscere della terra. Lo chiamano il “Giardino geologico delle Alpi”, e non è un titolo onorifico. È un posto dove la montagna non si scalda e basta, la si legge come un libro aperto, tra un’escursione e un caffè in piazza.

D’estate è un formicaio di sentieri: si va dalla Foresta dei Draghi per i più piccoli fino ai percorsi duri per le mountain bike tra Gardonè e l’Alpe Lusia. Quando arriva la neve, il paesaggio si ribalta.

Lo Ski Center Latemar diventa il regno di chi ama le lamine, mentre il fondovalle si trasforma nella passerella della Marcialonga. Ecco cosa vedere a Predazzo e le attività da fare assolutamente.

Ski Area Alpe Lusia – Predazzo

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Fare sport sulla neve a Predazzo

Museo geologico

Il museo geologico di Predazzo è un viaggio nel tempo tra fondali marini tropicali (sì, qui c’era il mare), vulcani che hanno ribollito e ghiacciai che hanno piallato tutto. Farci un salto prima di partire per i sentieri cambia la prospettiva: quando poi ti trovi davanti a una parete di roccia, non vedi più solo pietra, ma milioni di anni di storie. I modelli e i pannelli sono diretti, facili, perfetti anche per i bambini.

Il sentiero del Dòs Capèl

Se volete toccare con mano quello che avete visto nelle teche, dovete salire verso il Dòs Capèl. Siamo tra i 2000 e i 2200 metri, in una sorta di museo senza pareti tra passo Feudo e l’Alpe di Pampeago. Il GeoTrail è un anello che ti sbatte in faccia la storia del pianeta: cammini su spiagge preistoriche e passi accanto a resti di vulcani spenti. Non serve essere Messner, basta aver voglia di camminare e un briciolo di curiosità. Per i ragazzini è una specie di caccia al tesoro tra i fossili.

Il centro storico e le sue chiese

Tornando giù, il paese ha un ritmo tutto suo. C’è la chiesa neogotica dei Santi Filippo e Giacomo, con quelle linee che sembrano voler bucare il cielo, ma il vero cuore di Predazzo pulsa nei vicoli. Bisogna infilarsi nei rioni storici come Ischia o Sommavilla. Lì, tra fontane di pietra e vecchi portali, l’atmosfera si fa densa, quasi rurale.

C’è poi la chiesetta di San Nicolò, discreta, accanto al cimitero, che sa di antico. È un’organizzazione comunitaria che resiste, fatta di spazi condivisi che raccontano un passato di fatiche e dignità montana.

In occasione della sagra di San Giacomo le vie del centro si animano; l’evento atteso ogni anno a luglio in occasione del santo patrono anima la località con musica dal vivo e attività.

La forra di Sottosassa

La forra di Sottosassa è uno spettacolo di gole profonde scavate nel porfido. Cascate, pozze d’acqua gelida e pareti che sembrano chiudersi sopra la testa. Ci sono passerelle che permettono di sporgersi senza rischi, ma se siete dei tipi da brivido, le pareti verticali sono una palestra naturale per chi ama l’arrampicata. D’estate, quando il sole picchia, è il rifugio perfetto.

Il biolago

Alle Fontanelle hanno inventato il biolago. Il concetto è semplice ma geniale: l’acqua si pulisce da sola grazie alle piante acquatiche. È balneabile ma un po’ freddina. È il posto ideale per staccare la spina dopo una pedalata sulla ciclabile, con un bel prato per leggere un libro e il silenzio interrotto solo dal rumore del ricambio naturale dell’acqua. Apre col caldo, da giugno a settembre.

Bellamonte e il parco di Paneveggio

Salendo verso Bellamonte il paesaggio cambia, si apre, con le baite che sembrano messe lì apposta per una foto. Se vi piacciono le storie di una volta, fate un salto al Museo di Nonno Gustavo: è un vecchio fienile strapieno di attrezzi che oggi sembrano oggetti alieni, ma che erano la vita dei contadini di un tempo.

Non perdetevi Paneveggio, la “Foresta dei Violini“. Gli abeti rossi qui hanno una marcia in più: il loro legno risuona, letteralmente, e finisce nei laboratori dei liutai più famosi del mondo. Nel parco puoi avvistare i cervi o sfidare le vertigini su ponti sospesi e passerelle trasparenti.

Predazzo e le olimpiadi Milano Cortina

Le Olimpiadi Milano Cortina 2026 arrivano anche qui. A Predazzo il salto con gli sci è la disciplina olimpica che andrà in scena e non è certo un caso; lo Stadio Giuseppe Dal Ben è pronto a ospitare le gare e gli atleti dal 7 al 16 febbraio.

L’Amministrazione ha chiamato a raccolta Progetto Turismo proprio per questo: trasformare i trampolini HS100 e HS130 in qualcosa che serva al territorio per i prossimi vent’anni, non solo per dieci giorni di gloria televisiva.

salto con gli sci alle olimpiadi a Predazzo

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Attese a Predazzo le gare di salto con gli sci delle Olimpiadi Invernali

Dove si trova e come raggiungerlo

Predazzo si trova nella parte orientale del Trentino, al termine della Val di Fiemme, in una posizione che fa da cerniera naturale tra il gruppo del Latemar, il Lagorai e le Pale di San Martino. Non è un paese “di passaggio”: ci si arriva perché lo si è scelto. In auto, la via più semplice resta l’autostrada A22 del Brennero. L’uscita consigliata è Egna–Ora.

Da lì si imbocca la strada statale che risale tutta la Val di Fiemme: una quarantina di chilometri, tra centri abitati e tratti boscosi, prima di arrivare a Predazzo. Chi proviene da est può invece puntare sui passi Rolle o Valles, percorsi spettacolari ma da considerare soprattutto nella bella stagione, verificando sempre le condizioni della viabilità.

In treno si arriva fino alle stazioni di Ora, Bolzano o Trento. Da qui partono autobus di linea che collegano in modo regolare la pianura alla Val di Fiemme. Predazzo è ben servita: fermate lungo la statale, collegamenti con le frazioni e navette verso gli impianti di risalita nelle stagioni di punta.

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Livigno perla delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026, l’alta quota che accende l’inverno olimpico

Dal 5 al 22 febbraio 2026, Livigno a 1.816 metri diventa una delle città dei Giochi Invernali di Milano Cortina, ospitando le gare più spettacolari del programma: freestyle e snowboard. Salti, curve secche, atleti che volano. E intorno, un territorio che non fa solo da sfondo, ma entra in campo.

Lo lo sport internazionale è di casa da anni e le Olimpiadi arrivano come un passaggio naturale; 8 specialità olimpiche, 26 titoli in palio, due aree di gara, 17 giorni di competizioni. I numeri servono, ma non raccontano tutto. Ecco cosa fare a Livigno, la perla delle Olimpiadi di Milano Cortina, durante i Giochi Invernali.

Le gare

Le competizioni olimpiche si concentrano in due aree già note a chi frequenta Livigno. La prima è Mottolino, tempio dello snowboard e del freestyle dove andranno in scena Big Air, Slopestyle, Halfpipe, Ski Cross e Snowboard Cross. Disciplini veloci, tecniche, che chiedono precisione e coraggio. Mottolino è abituata a questo tipo di pressione: Coppe del Mondo, eventi internazionali, pubblico vicino all’azione. Durante i Giochi sarà uno dei luoghi più fotografati, proprio come Cortina.

La seconda area è Carosello 3000, dove il terreno naturale diventa protagonista, con Moguls, Dual Moguls e Aerials. Gobbe, salti, linee che mettono alla prova equilibrio e resistenza. È una zona che esalta la spettacolarità del freestyle, anche per chi guarda da bordo pista. Due anime diverse, stesso obiettivo: portare Livigno al centro del racconto olimpico.

Sciare a Livigno mentre si svolgono i Giochi

Olimpiadi sì, ma Livigno non chiude. Anzi. La stagione sciistica 2025/2026 è prevista dal 29 novembre fino al 3 maggio, con gran parte del comprensorio regolarmente aperto anche durante i Giochi. Alcune piste di Mottolino e Carosello 3000 saranno chiuse temporaneamente per le competizioni, ma il resto della ski area rimarrà fruibile, condizioni meteo permettendo.

Gli impianti principali funzioneranno a regime, con alcune cabinovie in uso promiscuo con gli atleti. Le piste SITAS non saranno interessate dagli eventi olimpici. In pratica: si potrà sciare, e bene. Magari cambiando abitudini, scegliendo orari diversi, ma senza rinunciare alla qualità che ha reso Livigno una delle mete più amate delle Alpi.

Livigno sotto la neve

Ufficio Stampa

Dove sciare a Livigno durante le Olimpiadi

Eventi e Fan Village

Dal 5 al 22 febbraio la zona Isola ospita il Fan Village, aperto dalle 9 del mattino fino a sera. È in questo luogo che Livigno si racconta al pubblico, tra maxi schermi, musica dal vivo, incontri e celebrazioni. Ogni giorno le gare olimpiche vengono trasmesse in diretta, non solo quelle locali, e alle 17 va in scena uno dei momenti più attesi: la Champions Celebration, con gli atleti premiati che incontrano il pubblico.

5 cupole geodetiche completano l’esperienza: spazi dedicati al racconto dei Giochi, al territorio, ai media e all’identità di Livigno. Concerti, dj set, performance artistiche e appuntamenti culturali scandiscono le giornate, trasformando il paese in una piazza alpina sempre accesa.

Fan Village a Livigno per le Olimpiadi Milano Cortina

Ufficio Stampa

Gli eventi al Fan Village di Livigno

Come raggiungere Livigno durante le Olimpiadi

Arrivare a Livigno fa parte dell’esperienza, ma durante i Giochi serve un po’ di attenzione in più. Nei giorni olimpici l’accesso al paese sarà regolato per gestire flussi, sicurezza e mobilità. Sono previste limitazioni alla viabilità ordinaria e servizi di trasporto dedicati, pensati per pubblico, atleti e addetti ai lavori.

Chi alloggia nelle strutture ricettive potrà raggiungere Livigno con la propria auto, previa richiesta di un pass. Nelle ore notturne, tra mezzanotte e le sei del mattino, non sono previsti vincoli particolari. Il consiglio resta uno: pianificare con anticipo e tenere d’occhio gli aggiornamenti ufficiali.

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Il fascino eterno del Monastero di Santa Caterina del Sinai, un viaggio alla radici del tempo

Il silenzio del deserto possiede una frequenza specifica, quella del vento che solleva granelli di sabbia dorata mentre il sole emerge dalle creste rocciose. E in particolare questo si avverte nella Penisola del Sinai, un triangolo di terra arida che congiunge Africa e Asia, circondata da un mare di roccia magmatica dalle sfumature ocra e violacee. Proprio qui, tra montagne severe, appare all’improvviso il Monastero di Santa Caterina, in quello che è uno spazio che risulta piuttosto distante dall’idea classica d’Egitto fatta di fiumi e templi monumentali.

Ci troviamo ai piedi del Monte Sinai, la montagna sacra che la tradizione indica quale luogo della consegna dei Dieci Comandamenti, un posto che rappresenta un crocevia di fedi, con radici che affondano in tradizioni ebraiche, cristiane e islamiche: vi sono custodite reliquie che legano il passato al presente.

Breve storia del Monastero di Santa Caterina del Sinai

L’origine del Monastero di Santa Caterina risale al VI secolo, quando l’imperatore bizantino Giustiniano Primo ne ordinò la costruzione tra il 548 e il 565, inglobando la Cappella del Roveto Ardente eretta dall’imperatrice Elena, madre di Costantino. Il suo nome originale era Trasfigurazione, un riferimento diretto al grande mosaico absidale realizzato nello stesso periodo.

Solo più tardi, nel IX secolo, il complesso venne dedicato a Caterina di Alessandria, giovane martire venerata per sapienza e fermezza spirituale. Il suo corpo, infatti, venne individuato da dei monaci proprio lì, sulla vetta del monte più alto della catena circostante, traslato miracolosamente da un gruppo di angeli.

Durante l’espansione islamica, il monastero ottenne protezione grazie a un documento attribuito a Maometto, gesto decisivo per la continuità della comunità monastica. Nei secoli successivi, il complesso attraversò dominazioni arabe, fatimidi e ottomane, mantenendo però una posizione unica di rispetto interreligioso.

Nel 2002, l’Unesco lo ha dichiarato Patrimonio dell’Umanità per il suo valore legato a giudaismo, cristianesimo e islam e oggi i monaci greci ortodossi mantengono viva la tradizione.

L’architettura del monastero

Il visitatore che si trova al suo cospetto nota subito la presenza di mura ciclopiche in pietra locale: sono alte fino a 20 metri, proprio perché pensate come difesa permanente. Ciò vuol dire che ci sono poche aperture strette, al punto che fino al secolo scorso uno dei pochissimi accessi avveniva tramite un sistema di carrucole che sollevava i visitatori e le provviste dentro ceste di vimini.

All’interno, lo spazio si articola in un labirinto di cortili, scale ripide e passaggi angusti che collegano la basilica, il refettorio e la biblioteca. Il contrasto tra la durezza esterna e la ricchezza ornamentale interna è stridente. Il granito grezzo lascia spazio a legni pregiati intagliati, marmi policromi e tetti a capanna che nascondono tesori d’arte inestimabili.

Come funziona la visita e cosa vedere

Il Monastero di Santa Caterina in Egitto è un luogo sacro, e per questo la visita richiede attenzione e rispetto, sia dei monaci che sono dentro, sia delle rigide regole che vanno obbligatoriamente seguite. La comunità monastica apre le porte ai forestieri solo per poche ore durante la mattinata, tipicamente nei giorni feriali e dalle 9 del mattino fino alle 12 (con chiusure il venerdì, la domenica e durante le festività ortodosse).

Il percorso è prestabilito e ci si muove lentamente, quasi a passo felpato, tra i turisti e i pellegrini che giungono da ogni angolo del pianeta. Con un biglietto d’ingresso modesto si può esplorare il tutto con guide beduine locali che accompagnano gruppi, mentre i monaci, vestiti con i loro abiti neri e le lunghe barbe, sorvegliano con sguardo attento i passaggi più delicati. Passo dopo passo, non è difficile sperimentare una strana sensazione di appartenenza a una catena umana che dura da millenni.

La Basilica della Trasfigurazione

Il cuore nevralgico del complesso è la Basilica della Trasfigurazione, una chiesa imponente e impreziosita da mosaici abbaglianti raffiguranti Cristo trasfigurato circondato da profeti. Sono tessere di vetro incastrate tra loro, che contemporaneamente catturano la luce del sole filtrata dalle finestre alte. Colonne di marmo greco sostengono la navata, e l’altare custodisce reliquie di santi.

Il Roveto Ardente

Accanto alla basilica, c’è una cappella in cui cresce da centinaia di anni il Roveto Ardente, arbusto rigoglioso che, stando alla narrazione biblica, era lo stesso cespuglio che bruciava senza consumarsi quando Dio parlò a Mosè. Oggi è una pianta vigorosa e con rami che ricadono verso il basso. Ma attenzione: per entrare nella cappella (quindi non fuori) occorre togliere le calzature, gesto rituale che richiama il racconto biblico.

La Biblioteca

Al suo interno sono gelosamente protetti migliaia di manoscritti in greco, siriaco, arabo, armeno e georgiano. Va specificato, però, che è solitamente chiusa al pubblico generico e accessibile solo agli studiosi.

Il Museo delle Icone

Ci sono oltre 2.000 icone (non tutte esposte) e le più preziose sono realizzate con la tecnica dell’encausto, utilizzando pigmenti mescolati a cera d’api calda. Osservare lo sguardo del “Cristo Pantocratore” del VI secolo equivale a incrociare gli occhi di un’opera d’arte che ha visto passare la storia intera, mantenendo una vividezza cromatica che sembra sfidare le leggi della fisica.

Le reliquie di Santa Caterina

Sono conservate in un reliquiario riccamente decorato e rappresentano uno dei poli devozionali più importanti del monastero.

Il Pozzo di Mosè

Infine il pozzo d’acqua sorgiva in cui, secondo la storia, Mosè incontrò le figlie di Ietro. La presenza dell’acqua è fondamentale per la vita in questo deserto estremo e giustifica l’insediamento umano originario. Accanto sorge il campanile, secondo alcune fonti donato dallo zar di Russia nel XIX secolo, le cui campane risuonano con un rintocco cupo e profondo durante le festività.

Come arrivare

Il monastero sorge nel cuore montuoso del Sinai, lontano dalle principali arterie. Il punto di partenza più comune è Sharm el-Sheikh oppure Dahab, località costiere collegate da strade asfaltate che attraversano altopiani desertici e vallate rocciose.

A causa del rischio di attentati terroristici, secondo le indicazioni della Farnesina rese pubbliche attraverso il portale Viaggiare Sicuri (aggiornate a gennaio 2026), sebbene siano sconsigliati i viaggi nel Sinai, restano sicuri “i villaggi turistici situati a Sharm el-Sheikh e le escursioni al Monastero di Santa Caterina, purché avvengano nello scrupoloso rispetto delle disposizioni delle Autorità di sicurezza locali”.

Monastero di Santa Caterina del Sinai, Egitto

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Tutta la bellezza del Monastero di Santa Caterina del Sinai

Il viaggio richiede diverse ore e attraversa paesaggi spogli, punteggiati da accampamenti beduini e antiche piste carovaniere. L’arrivo avviene al mattino presto, quando la luce radente colpisce le mura e le montagne circostanti assumono tonalità rosate.

Chi desidera salire sul Monte Sinai abbina spesso la visita all’ascesa notturna verso la vetta, esperienza che culmina con l’alba sulle catene montuose che regalano un panorama vastissimo che abbraccia Africa e Arabia.

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Castello di Hammershus: le maestose rovine sospese sul Baltico in Danimarca

Il Castello di Hammershus, tra le più imponenti rovine medievali del Nord Europa, è un vero gioiello nascosto della Danimarca. Situato su un promontorio roccioso che domina il Mar Baltico, questo castello affascina i visitatori con la sua storia millenaria e la vista mozzafiato che regala sull’isola di Bornholm.

Camminare tra le sue antiche mura significa fare un salto indietro nel tempo, immaginando cavalieri e signori feudali che una volta controllavano la regione da questo bastione strategico. Perfetto per chi ama la storia, la fotografia e i panorami incontaminati, Hammershus è senza dubbio un posto incredibile da non perdere in Danimarca.

La storia del Castello di Hammershus

La parte più antica del Castello di Hammershus fu probabilmente costruita nel XII secolo per rafforzare il controllo dell’isola da parte dell’Arcivescovo di Lund anche se ricerche e scavi del 2015 hanno portato alla luce che già nel 1300 il castello era pronto.

Roccaforte, per controllare le rotte marittime e proteggere l’isola di Bornholm da invasioni nemiche, Hammershus fu per 500 anni ricostruito e modificato diverse volte.

Nel corso dei secoli, il castello cambiò più volte proprietario, passando tra la corona della Danimarca e la Chiesa, diventando spesso teatro di conflitti, assedi, prigionie e tradimenti.

Le sue mura possenti e le torri di avvistamento erano progettate per resistere a lungo in caso di attacco, e ancora oggi grazie alle sue rovine si percepisce la forza della sua architettura medievale.

Hammershus venne definitivamente abbandonato nel 1743 e, dopo essere stato legalmente saccheggiato dagli abitanti, nel 1822 le sue rovine furono inserite nel registro storico nazionale. Oggi, proprio queste rovine raccontano una storia di potere, strategia e resistenza e conservano intatto il fascino di un passato lontano.

Cosa vedere e fare

Visitare le rovine dell’antico castello di Hammershus significa immergersi in un ambiente ricco di suggestione. In loco, dal 2018, è presente un centro visitatori con ingresso gratuito, che offre un punto panoramico sulle rovine al di là della gola, con una struttura costruita in modo integrato nel paesaggio naturale.

Questo centro ospita anche un’incredibile mostra che documenta la storia di questo affascinante luogo. All’interno del centro visitatori sono anche disponibili un bar e un negozio.

Nonostante le rovine del castello di Hammershus siano state restaurate, è severamente vietato arrampicarsi e camminare sulle mura. Dal promontorio, la vista sul Mar Baltico e sulla campagna circostante è spettacolare.

Dove si trova e come arrivare

Il Castello di Hammershus si trova su un ripido promontorio sull’isola di Bornholm, nel Mar Baltico, a nord-ovest della città di Allinge.

Raggiungere le rovine è semplice sia in auto sia con i mezzi pubblici. Dall’aeroporto di Bornholm o dai traghetti provenienti da Copenaghen, si può noleggiare un’auto o utilizzare autobus locali per arrivare a Hammershus.

Una volta sul posto, il parcheggio e i sentieri ben segnalati permettono di esplorare comodamente il sito a piedi.

L’ingresso alle rovine è gratuito e l’area è aperta tutto l’anno – mentre il centro visitatori osserva orari specifici con giorni di chiusura. Hammershus è una meta perfetta per chi vuole scoprire la storia e la bellezza naturale della Danimarca più autentica e lontana dalle solite rotte turistiche.

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In treno oltre il Circolo Polare Artico: il viaggio sulla Nordland Line in Norvegia alla ricerca dell’aurora boreale

Viaggiare in treno oltre il Circolo Polare Artico rappresenta una delle esperienze più spettacolari per chi ama l’avventura, la natura e i panorami nordici. In Norvegia, la storica Nordland Line collega la città di Trondheim a Bodø con un percorso ferroviario unico al mondo: 729 km di natura incontaminata, montagne e la possibilità di osservare l’aurora boreale.

Questa tratta offre un’alternativa sostenibile e panoramica rispetto ad altri mezzi di trasporto e permette di assaporare l’essenza dei paesaggi artici. La Nordland Line trasforma l’intera percorrenza in un’esperienza indimenticabile, un vero viaggio nel cuore del Nord.

La Nordland Line: il treno che porta oltre il Circolo Polare Artico

La ferrovia Nordland Line è gestita dall’operatore ferroviario norvegese SJ Nord, che offre convogli confortevoli pensati per i viaggiatori che percorrono lunghe tratte. La lunghezza complessiva della linea ferroviaria più lunga della Norvegia è di 729 chilometri, attraversa 154 tunnel e passa su 293 ponti, testimonianza dell’ingegneria necessaria per costruire una ferrovia così estrema.

I treni normalmente partono dalla stazione centrale di Trondheim, attraversano boschi, vallate, montagne e costeggiano fiordi, per arrivare infine a Bodø, città vivace e porta di accesso alle spettacolari isole Lofoten.

Attualmente però, a causa di frane e mancanza di treni disponibili, la linea è stata compromessa ed è possibile percorrerla in treno solo da Steinkjer – raggiungibile in autobus da Trondheim in circa 2 ore – a Bodø. Un viaggio lungo quasi 8 ore dove rilassarsi osservando il paesaggio che muta lentamente.

Aurora boreale: il viaggio in treno sulla Nordland Line

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Bagliore artico su Bodø, l’aurora boreale

Un percorso tra fiordi, montagne e tundra

La Nordland Line attraversa scenari naturali tra i più belli d’Europa. In circa 8 ore di viaggio, il treno partendo da Steinkjer passa per zone rurali, montagne scoscese, boschi nordici e si avvicina sempre più all’Artico, fino a superare la linea immaginaria del Circolo Polare Artico sull’altopiano del Saltfjellet, poco prima di raggiungere la stazione di Lønsdal, tra Mo i Rana e Fauske.

Uno dei punti forti del viaggio è proprio la sezione che passa il Circolo Polare: qui il paesaggio cambia drasticamente, con tundra d’alta quota e panorami sulle vette innevate del Parco Nazionale Saltfjellet-Svartisen, perfetti per gli amanti della fotografia e dei grandi spazi aperti.

Oltre ad ammirare scenari naturali incontaminati, si possono scorgere animali selvatici come le renne e, con un po’ di fortuna e tanto buio, le luci danzanti dell’aurora boreale durante i mesi invernali.

Biglietti, prenotazioni e costi: organizzare il viaggio sulla Nordland Line

Per organizzare il viaggio sulla Nordland Line si può consultare il portale ufficiale delle ferrovie norvegesi SJ o il servizio di pianificazione viaggi ad esso collegato. I biglietti sono disponibili online prima della partenza e le tariffe variano in base alla data e alla disponibilità.

Indicativamente, per chi prenota con anticipo le tariffe di sola andata dalla stazione di Steinkjer a quella di Bodø partono da circa 419 kr a persona (circa €35-40).
È consigliabile prenotare con largo anticipo, soprattutto in alta stagione quando il treno è molto richiesto per l’attrattiva paesaggistica e l’aurora boreale.

Utilizzando il sito ufficiale o il pianificatore di viaggio si può anche combinare tratte da altre città norvegesi per creare itinerari completi fino al viaggio artico.

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L’Italia è tra le mete per le vacanze sportive del 2026 secondo Forbes

Il viaggio attivo non è più una nicchia per pochi atleti e appassionati di sport, ma uno dei nuovi trend in ascesa del turismo globale. Dopo il boom delle attività outdoor post-pandemia, il 2026 si conferma l’anno del binomio sport e scoperta. A confermarlo sono anche le recenti analisi di Forbes, secondo cui i viaggiatori cercano molto più di un semplice lettino al sole. Il desiderio di molti, infatti, è proprio quello di immergersi nel territorio attraverso il trekking, il ciclismo e le vacanze “multi-sport”, in grado di unire il movimento fisico alla cultura locale.

Tra le mete perfette per una vacanza sportiva nel 2026, insieme alle vette dell’Himalaya e alle coste del Sudafrica c’è anche l’Italia.

Italia, meta del viaggio culinario attivo

L’Italia sta vivendo una trasformazione profonda nel settore del turismo attivo anche grazie all’ascesa del “gravel grinding”. Questa disciplina, che prevede l’uso di biciclette robuste su strade bianche e sentieri non asfaltati, trova nel nostro Paese il suo palcoscenico naturale, permettendo un’immersione totale nella natura lontano dal traffico automobilistico.

Ma la vera innovazione italiana per il 2026 è il viaggio culinario attivo. Operatori specializzati hanno reso l’Italia la destinazione di riferimento per chi vuole abbinare lo sforzo fisico a un’esperienza gastronomica di altissimo livello. Non si tratta solo di mangiare bene dopo una pedalata, ma di partecipare a veri e propri tour guidati da celebri chef. Nel 2026, ad esempio, la Sicilia ospiterà itinerari guidati unendo il trekking e il ciclismo ai segreti della cucina regionale.

Dalle Alpi, dove il Tour du Mont Blanc rimane il “viaggio della vita” per gli appassionati di trekking che attraversano i confini tra Italia, Svizzera e Francia, fino alle strade bianche toscane, per Forbes l’Italia offre una varietà che nessun altro Paese può eguagliare.

Le altre mete ideali per una vacanza sportiva

Forbes indica anche altre destinazioni che stanno scalando le classifiche di gradimento grazie a progetti infrastrutturali imponenti e paesaggi incontaminati. La Grecia emerge come la vera sorpresa del 2026, spostando l’attenzione dalle isole affollate verso la regione montuosa della Zagorohoria, dove antichi sentieri di pastori collegano villaggi medievali in un contesto ora protetto dall’UNESCO.

Spostandosi verso l’Europa dell’Est, la Slovenia si conferma una valida alternativa economica alla Croazia, mentre la Polonia attira i camminatori verso il centro storico di Cracovia e la Romania stupisce con la sua monumentale Via Transilvanica, un percorso di quasi 1400 chilometri nel cuore della Transilvania.

Anche l’Asia e l’Africa giocano un ruolo da protagoniste: il Giappone propone itinerari spirituali e ciclistici nella remota penisola di Noto, ideali per chi cerca il recupero nelle sorgenti termali tradizionali, mentre il Bhutan punta tutto sulla Trans Bhutan Trail. Infine, il Sudafrica si impone come frontiera per il mountain bike d’élite nelle Cape Winelands e per il trekking d’alta quota sulle maestose cime del Drakensberg, offrendo un mix unico al mondo tra safari e performance atletica.