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La storia dei Maya cambia: scoperto il complesso rituale di una civiltà senza re

Un monumento rituale gigantesco, rimasto nascosto per oltre 3.000 anni nella giungla del Tabasco, in Messico, sta riscrivendo la storia delle antiche civiltà Maya. Più grande di siti celebri come Tikal in Guatemala, è emerso portando con sé un messaggio sorprendente: a crearlo non furono re né imperi, ma una comunità unita da una visione comune del cosmo.

È la scoperta di Aguada Fénix, il sito che sta cambiando ciò che credevamo di sapere sui Maya e sulle origini del potere.

Il vasto complesso ritrovato di Aguada Fénix

Gli archeologi dell’Università dell’Arizona, guidati dal Professor Takeshi Inomata e dalla Distinguished Professor Daniela Triadan, della Fred A. Reicker University, hanno scoperto un imponente complesso cerimoniale che si estende  per oltre un chilometro e mezzo nello stato di Tabasco, nel sito di Aguada Fénix, nel Messico sud-orientale.

Le loro scoperte, pubblicate su Science Advances, rivelano il più antico e grande cosmogramma conosciuto, costruito dalle prime comunità legate ai Maya intorno al 1050-700 a.C.

La fossa cruciforme scoperta ad Aguada Fénix

Atasta Flores

La fossa cruciforme scoperta nel sito di Aguada Fénix

Grazie alla tecnologia Lidar (Light Detection and Ranging), che permette di “vedere” attraverso la vegetazione, gli studiosi hanno potuto mappare il terreno dall’alto e scoprire un vasto altopiano rettangolare lungo 1,6 km e alto fino a 15 metri. La sua linea centrale si allinea perfettamente con il sorgere del sole il 17 ottobre e il 24 febbraio, date che rappresentano metà del ciclo del calendario rituale mesoamericano.

Durante gli scavi, è stata individuata una fossa a forma di croce contenente manufatti cerimoniali e ornamenti in giada a forma di animali sacri e figure umane. Nel cuore dello scavo, piccoli depositi di pigmenti minerari colorati – blu, verde, giallo e rosso – disposti in base ai quattro punti cardinali: la prima prova diretta del simbolismo cromatico direzionale in Mesoamerica. “Simboleggiano il concetto di uno spazio ordinato dell’universo – hanno spiegato gli studiosi -, un’idea che sarebbe sopravvissuta per oltre duemila anni nelle culture Maya e Azteche”.

Ma la scoperta non si ferma qui. Il sito rivela anche una rete di strade rialzate, corridoi e canali che testimoniavano un’organizzazione sociale già complessa e condivisa.

Pigmenti minerari colorati nei 4 punti cardinali

Takeshi Inomata/University of Arizona

Pigmenti minerari colorati nei 4 punti cardinali

Una scoperta che riscrive la storia dei Maya

Sono diversi gli aspetti che rendono quello avvenuto ad Aguada Fénix un ritrovamento eccezionale. Il complesso precede di quasi un millennio siti come Teotihuacan e Tikal (in Guatemala), ribaltando l’idea che la civiltà mesoamericana sia nata da un lento processo di centralizzazione del potere. “Quello che stiamo scoprendo è che ci fu un ‘big bang‘ di costruzioni all’inizio del 1000 a.C., di cui nessuno era a conoscenza”, ha affermato l’archeologo Inomata.

Ancora più straordinario è il fatto che non esistesse un re a guidare quei lavori. A differenza di altri centri monumentali, Aguada Fénix fu costruita grazie alla collaborazione volontaria di comunità unite da credenze cosmologiche comuni e guidare piuttosto da leader intellettuali. “Questi leader non avevano il potere di costringere gli altri”, ha spiegato Inomata. Le persone partecipavano perché credevano profondamente nell’idea di rappresentare l’universo attraverso l’architettura.

La scoperta dimostra come già 3.000 anni fa fosse possibile realizzare grandi opere senza gerarchie rigide, ma con cooperazione e una visione condivisa. “La gente ha l’idea che servono persone potenti per realizzare qualcosa di straordinario. Ma una volta che si analizzano i dati reali del passato, si scopre che non era così. Non abbiamo bisogno di una disuguaglianza sociale così grande per raggiungere obiettivi importanti”, ha concluso lo studioso.

La storia che conosciamo sui Maya continua a cambiare e, forse, guardando al passato, possiamo davvero imparare qualcosa anche per il nostro futuro.

Ornamenti e utensili in giada nello scavo

Takeshi Inomata/University of Arizona

Ornamenti e utensili in giada nello scavo
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Halloween, tradizioni e celebrazioni dal mondo: le più curiose e affascinanti

Per molti è sinonimo di “dolcetto o scherzetto”, di zucche intagliate e di personaggi paurosi, ma Halloween è molto più di questo. È una delle festività più antiche del mondo, amata da adulti e bambini ed entrata di diritto tra le tradizioni imprescindibili dell’anno. Quando l’autunno trasforma i paesaggi con i suggestivi colori del foliage e il mese di ottobre volge al termine, il mondo intero si prepara a celebrare la vita e la morte con un insieme di riti pagani e religiosi, in cui cultura e tradizione differenziano Halloween tra i vari Paesi.

Dall’Irlanda, luogo in cui è nata questa festività, all’America, che ne è diventata la massima esponente, toccando Messico, Cina e Giappone, partiamo per un viaggio alla scoperta delle più significative tradizioni legate ad Halloween in giro per il mondo.

Irlanda e Regno Unito, dove è nato Halloween

Sebbene i cittadini americani prendano molto sul serio questa festività, al punto tale da essersi immedesimati a pieno in tale tradizione, le origini di Halloween sono da ricercare in Irlanda e più precisamente nel Samhain, il capodanno celtico (chiamato anche “All Hallowtide“) festeggiato il primo giorno di novembre come termine del periodo del raccolto e l’inizio dell’inverno.

Con i secoli, all’antica festa celtico-pagana si sono aggiunte leggende e altre storie che hanno trasformato Halloween nella versione più moderna che conosciamo. Tra tutte c’è quella di “Jack o’ lantern“, il fabbro irlandese simbolo delle anime dannate che rivive in quelle zucche lavorate a mano che popolano le strade e i quartieri durante il mese di ottobre.

In Irlanda, e in generale anche nel Regno Unito, oggi per commemorare il culto celtico si accendono dei grandi falò, soprattutto nelle aree rurali, proprio per continuare in qualche modo la tradizione dei rituali pagani. Ma si tratta pur sempre di una festa, quindi ecco che fantasmi, streghe e altre creature del mondo si riuniscono per le strade e per i quartieri per l’ormai celebre “trick or treat”.

Immancabile, sulle tavole irlandesi, è il barmbrack, un dolce tipico di questo giorno al quale sono collegate altre leggende e superstizioni. Infatti, i fornai inseriscono nell’impasto di questa torta tre elementi: un anello, un piccolo straccio e una moneta. Ad ogni fetta di barmbrack contenente uno di questi tre oggetti corrisponde una fortuna (o sfortuna): chi trova l’anello si sposerà o troverà la felicità, chi avrà lo straccio andrà incontro a un futuro finanziario incerto, mentre chi riceverà la moneta vivrà invece un anno prospero.

Decorazioni tipiche di Halloween in Irlanda

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Decorazioni tipiche di Halloween in Irlanda

America, dove la tradizione di Halloween si è radicata

A celebrare Halloween in grande stile ci pensano gli americani, al punto tale che spesso, erroneamente, si attribuiscono le origini di questa festività proprio all’America. Oltre all’iconico “trick or treat“, i quartieri e le strade delle città si abbigliano a festa: ci sono zucche intagliate, addobbi spaventosi, fantasmi e altri mostri che decorano finestre, ingressi e viali. Questa atmosfera un po’ spettrale è estremamente affascinante.

La tradizione delle zucche intagliate deriva proprio dall’usanza celtica degli irlandesi di ricreare volti spaventosi nelle rape, inserendovi delle candele, con l’intento di spaventare gli spiriti maligni durante la festa di Samhain. Si racconta che una volta emigrati in America, gli irlandesi non trovarono rape adatte per portare avanti questa tradizione, così iniziarono a utilizzare le zucche, molto più abbondanti, per creare le grottesche lanterne oggi divenute il simbolo di Halloween.

Zucche intagliate di Halloween in America

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Zucche di Halloween

Austria e Germania: Halloween tra simboli e tradizioni

Anche in Europa esistono alcune tradizioni davvero significative. In Austria, per esempio, durante la notte di Halloween le persone lasciano pane, frutta e acqua sul tavolo per i loro cari defunti con la credenza che questi gli facciano visita. In Germania, invece, la più antica tradizione vuole che si nascondano i coltelli presenti in casa per evitare che i defunti si feriscano. Ma non è tutto, perché sulle porte delle case vengono disegnati con il gesso dei simboli per proteggere le abitazioni dagli spiriti maligni.

Italia e Francia, la Festa di Ognissanti

Nel Belpaese, negli ultimi decenni, Halloween è diventato un appuntamento fisso per il divertimento di bambini e adulti. La festività più commerciale e considerata “importata” dall’America, però, si differenzia da quella che ha tradizioni radicate nella religione cattolica e con origini ben lontane: la Festa di Ognissanti. Si celebra il 1° novembre per commemorare tutti i santi cattolici, mentre il 2 novembre si celebrano i morti. Tradizionalmente si lasciano crisantemi sulle tombe dei cari defunti e si partecipa a una messa in loro ricordo.

Anche la Francia ha tradizioni simili a quelle italiane, riservando uno spazio maggiore alla Toussaint, la festa di Ognissanti del 1° novembre. Anche qui si partecipa a funzioni religiose e si visitano i defunti nei cimiteri per deporre fiori sulle loro tombe.

Portogallo con il Día das Bruxas

Restando in Europa, anche il Portogallo ha un proprio modo di celebrare Halloween: è il Dia das Bruxas, o Giorno delle Streghe, che ha molti aspetti tradizionali collegati alle origini della festività. Anche qui c’è l’usanza del “trick or treat” dei bambini tra le vie delle città e dei paesi, ma in cambio non ricevono caramelle, bensì pane, frutta o noci. Inoltre, i familiari dei cari defunti si recano nei cimiteri per adornare le tombe con fiori e candele.

Cina e Giappone, dalle antiche tradizioni alla modernità

Anche la Cina ha il suo Halloween, che prende il nome di Teng Chieh o Hungry Ghost Festival. Durante la notte del 31 ottobre, migliaia di lanterne illuminano il Paese intero: servono ad aiutare le anime dei morti a ritrovare la loro casa. Le origini della festività risalgono alla tradizione taoista che vuole guidare gli spiriti che camminano sulla terra.

Nel calendario cinese, il Teng Chieh si celebra nel 15° giorno del 7° mese lunare (chiamato “mese fantasma”). Durante il tramonto le persone distribuiscono incenso, acqua e cibo davanti alle immagini dei familiari defunti. Nella tradizione, questa usanza servirebbe a calmare i fantasmi che non hanno ancora ritrovato la via di casa dall’inizio del mese fantasma. Sarebbero proprio loro a infliggere punizioni o a elargire benedizioni ai loro parenti ancora in vita.

Durante la stessa notte, si tiene anche una festa in cui le famiglie preparano un posto in più a tavola riservato a un caro defunto.

Hungry Ghost Festival: la festa di Halloween in Cina

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Teng Chieh o Hungry Ghost Festival, in Cina

In Giappone, invece, Halloween ha raggiunto popolarità solo negli ultimi decenni. Infatti, la prima volta che i giapponesi hanno conosciuto questa festa anglosassone è stata nel 2000, quando il parco divertimenti Disneyland di Tokyo ha organizzato un evento a tema. Con il passare dei decenni Halloween è divenuto sempre più popolare, soprattutto tra i più giovani, anche se con qualche differenza rispetto a come viene festeggiato nei Paesi occidentali.

Oltre al fatto che in Giappone non ci si cimenta nel “trick or treat”, anche i costumi sono diversi. Se tradizionalmente ci si abbiglia con vestiti spaventosi, qui l’attenzione è orientata verso i travestimenti cosplay. A fine ottobre sono numerose le sfilate nelle città giapponesi che riuniscono migliaia di persone che indossano qualsiasi tipo di costume, compresi quelli di personaggi di anime, manga e videogiochi, che non seguono il tema “horror” originario.

Messico, con il suo Día de Los Muertos

È una delle tradizioni più famose del mondo, il Día de Los Muertos del Messico. Una celebrazione messicana di origine precolombiana che festeggia la vita, la gioia e il colore, sebbene il suo nome tradotto sia “giorno dei morti”. Oggi come nel passato, questa festa affascina l’intera umanità: dal 31 ottobre al 2 novembre tutti i cittadini celebrano gli spiriti dei cari defunti con cortei, canti, balli e musiche tradizionali.

Dichiarato nel 2008 Patrimonio culturale immateriale UNESCO, il Día de Los Muertos è un tripudio di colori e usanze particolari. In questa occasione si ricordano gli aneddoti più divertenti dei defunti e si preparano decorazioni dalle ricche tonalità: fiori di calendula, altari con foto, oggetti e cibi preferiti da coloro che sono morti.

Si preparano tradizionalmente il pan de muerto e i teschi di zucchero dai colori accesi. È proprio da questi che deriva il trucco tipico di questa festività, con decorazioni sul viso che ricordano, appunto, dei teschi e ricche corone di fiori colorati ad adornare il capo. Anche qui i bambini bussano ai vicini chiedendo un calaverita, un piccolo dono (caramelle, dolci o soldi), ma senza il famoso scherzetto nel caso in cui non ricevano nulla.

Halloween in messico: i teschi di zucchero tipici

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Teschi di zucchero tipici del Dia de los muertos, in Messico

Haiti e la tradizione della Fet Gede

Ci spostiamo nelle esotiche atmosfere di Haiti, dove l’1 e il 2 novembre si celebra la Fet Gede (Festa dei Morti), che ricorda il classico Halloween, ma arricchito da tradizioni culturali completamente diverse. In queste giornate, i praticanti haitiani di Voodoo rendono omaggio al padre degli spiriti defunti, ovvero al barone Samedi. Inoltre, ballano per le strade per comunicare con i defunti e si recano nei cimiteri dove offrono agli antenati del cibo proveniente dalla loro tavola.

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Guachimontones, alla scoperta delle misteriose piramidi circolari del Messico

Nel cuore dello stato di Jalisco, non lontano da Guadalajara, si trova uno dei siti archeologici più misteriosi del Messico: Guachimontones, un luogo che sembra sfidare tutte le leggi dell’architettura precolombiana. La sua unicità? Le piramidi non sono come quelle di Teotihuacán o Chichén Itzá, ma perfettamente circolari.

Un complesso unico al mondo, che racconta la storia di una civiltà misteriosa, quella dei Teuchitlán, che tra il 300 a.C. e il 900 d.C. sviluppò una delle culture più affascinanti e meno conosciute di sempre. Tra cerchi concentrici, altari e piattaforme ricoperte dal verde, il sito dei Guachimontones, Patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, è un viaggio nel tempo che merita di essere vissuto.

Un sito archeologico unico al mondo

Per secoli, le piramidi circolari uniche al mondo del sito dei Guachimontones sono rimaste sepolte dalla vegetazione, protette dal silenzio e dal tempo. Sono state riportate alla luce solo di recente, negli Anni ’90 (ed erano state scoperte ufficialmente negli Anni ’70), ma resta da scoprire molto altro, vista la grande estensione dell’area archeologica: su 90 ettari ne è stato esplorato solo l’1,3%.

La grande differenza rispetto ai classici templi a gradoni che tutti noi conosciamo? Le piramidi sono concentriche e circondate da piattaforme, templi e campi cerimoniali disposti in perfette geometrie.

Piramidi circolari tra mistero e cerimonie

Al centro del sito spicca quello che è stato chiamato El Gran Guachi, la più grande piramide con un diametro di 27 metri e 52 gradini concentrici. Salire quassù è un’esperienza meravigliosa.

Tutt’attorno si dispongono 12 piattaforme che simboleggiavano il legame fra uomo, cielo e terra. Infatti, sebbene la cultura Teuchitlán rimanga avvolta nel mistero, poiché non lasciò testi scritti, queste costruzioni sanno testimoniare un alto livello di conoscenza astronomica e urbanistica: gli archeologi ipotizzano che le piramidi servissero per riti religiosi e cerimonie comunitarie, ma anche come luoghi di osservazione del cielo e delle stagioni.

Qui si svolgevano cerimonie in onore del dio del vento Ehécatl e si pensa che tali riti prevedessero anche la cerimonia dei Voladores (tradotto in “volanti”): un sacerdote saliva su un palo, posto sulla cima delle piramidi, per rendere omaggio alla divinità. Quello di Guachimontones è uno dei siti più antichi in cui si è rilevata questa tradizione, che si credeva fosse più profondamente radicata tra gli Aztechi e i Totonac del Messico centrale e orientale.

A completare il misterioso sito di Guachimontones finora conosciuto sono anche un anfiteatro e alcune terrazze ed edifici più piccoli.

Oggi, passeggiando tra le sue rovine, si percepisce un’atmosfera sospesa: il vento che soffia sulle piramidi di pietra perfettamente concentriche sembra raccontare storie di antichi sacerdoti, danze rituali e offerte agli dei venerati dalle antiche civiltà. È un luogo che affascina archeologi e viaggiatori, che hanno la possibilità di visitarlo (grazie al Centro Interpretativo di Guachimontones) per immergersi in un paesaggio sospeso nel tempo dove si respira l’equilibrio perfetto tra armonia e mistero.

Dove si trova il sito archeologico

Le piramidi circolari del sito di Guachimontones si trovano nel comune di Teuchitlán, nello stato di Jalisco, vicino al lago di Teuchitlán. Si può raggiungere l’area in circa un’ora d’auto da Guadalajara (65 km), la seconda città più grande del Messico. Ci sono anche diversi tour organizzati che partono ogni giorno dal centro della città.

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Svelato il mistero sul crollo della civiltà Maya: il segreto si nasconde in una stalagmite

La civiltà Maya era vastissima: si estendeva dal Messico meridionale all’America Centrale. Un territorio punteggiato da città fiorenti che ospitavano migliaia di persone e da templi straordinari, frutto delle più avanzate conoscenze astronomiche. Eppure, nel giro di due secoli, quei centri si svuotarono, i templi furono abbandonati e i grandi progetti architettonici rimasero incompiuti. Cosa accadde?

Per lungo tempo la risposta è rimasta avvolta nel mistero. Gli studiosi hanno avanzato teorie suggestive, sostenendo che non ci fosse una sola causa, ma un intreccio di fattori: crisi climatica, sovrappopolazione, conflitti politici. Eppure, una parte del segreto si celava in un luogo del tutto inaspettato: all’interno di una stalagmite.

Il segreto sul crollo dei Maya è dentro una stalagmite

Il declino della civiltà Maya tra il IX e il X secolo d.C. coincide con otto lunghi periodi di siccità, uno dei quali durò addirittura tredici anni consecutivi. A rivelarlo non sono cronache antiche, ma la composizione chimica di una stalagmite rinvenuta in una grotta dello Yucatán, in Messico.

Analizzata da un team internazionale guidato dall’Università di Cambridge e i cui risultati sono stati pubblicati su Science Advances, questa roccia silenziosa ha conservato nel tempo preziose tracce climatiche. Lo studio degli isotopi di ossigeno intrappolati al suo interno ha permesso di ricostruire con sorprendente precisione le variazioni delle piogge stagionali tra l’871 e il 1021 d.C., proprio negli anni in cui le città Maya si svuotavano e i templi venivano abbandonati.

“Conoscere la media annuale delle precipitazioni non è così significativo quanto conoscere le caratteristiche di ogni singola stagione delle piogge”, ha spiegato il primo autore dello studio, Daniel H. James. “Essere in grado di isolare la stagione delle piogge ci permette di tracciare con precisione la durata della siccità nella stagione delle piogge, che è ciò che determina il successo o il fallimento delle colture”.

Il ruolo delle siccità nel crollo della civiltà Maya

Le analisi condotte sulla stalagmite dello Yucatán hanno rivelato che tra l’871 e il 1021 d.C. si verificarono ben otto periodi di siccità durante la stagione delle piogge, ciascuno della durata minima di tre anni. Tra questi, uno si protrasse per tredici anni consecutivi, un intervallo di tempo sufficiente a mettere in ginocchio qualsiasi società agricola.

Nonostante le avanzate tecniche di gestione dell’acqua sviluppate dai Maya, come serbatoi, canali e cisterne, la mancanza prolungata di piogge ebbe effetti devastanti: raccolti compromessi, crisi alimentari e tensioni sociali che finirono per minare la stabilità politica delle città-stato.

Questi dati scientifici si intrecciano perfettamente con le evidenze storiche e archeologiche già note. Nei principali siti del nord, compresa la celebre Chichén Itzá, gli archeologi hanno documentato ripetute interruzioni nell’attività politica e nella costruzione di monumenti proprio negli stessi decenni in cui si registrarono le siccità. È quindi plausibile che i periodi di stress climatico abbiano innescato una spirale di crisi interne, contribuendo al progressivo abbandono delle città.

Seppur il crollo della civiltà Maya dipese da una complessa combinazione di fattori, le stalagmiti dello Yucatán hanno dimostrato come la natura abbia avuto un ruolo decisivo nella fine di una delle più affascinanti culture del mondo antico.

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Tra le braccia del mistero: l’affascinante Isola delle Bambole in Messico

Anche se sembra il set di un macabro film horror, Isla de las Muñecas non è solo una curiosità turistica: è uno dei simboli più potenti della cultura popolare messicana, dove la morte, il mistero e il folclore convivono in un delicato equilibrio. Che ci si creda o no, visitare quest’isola significa entrare in un mondo dove il confine tra reale e soprannaturale si fa sottile.

Un luogo che inquieta, ma che lascia anche un segno indelebile in chi lo visita. Nel cuore dei canali di Xochimilco, una zona lagunare a sud di Città del Messico, si può visitare l’Isola delle Bambole, una piccola porzione di terra galleggiante, nascosta tra i famosi canali patrimonio UNESCO. Qui centinaia di bambole rotte, sporche, appese agli alberi e alle capanne, osservano i visitatori con occhi di vetro, teste storte e arti mancanti.

Le origini dell’isola messicana inquietante e surreale

Isla de las Muñecas è un luogo surreale che attira ogni anno migliaia di viaggiatori in cerca di storie insolite, misteriose e, per molti, profondamente inquietanti. La sua storia è strettamente legata alla figura di Don Julián Santana Barrera, l’eremita che per decenni ha vissuto lì da solo, tra le bambole. Secondo la leggenda, negli anni ’50 Don Julián si ritirò sull’isola per vivere in solitudine. Un giorno, trovò il corpo di una bambina annegata nei canali vicino alla sua chinampa (isolotto artificiale). Poco dopo, una bambola galleggiava, l’uomo la raccolse e la appese a un albero, come gesto simbolico per placare lo spirito della piccola.

Da quel momento, cominciò ad appendere bambole ovunque, recuperandole dai rifiuti, scambiandole nei mercati, o trovandole alla deriva nell’acqua. Credeva che lo spirito della bambina possedesse l’isola e che le bambole potessero proteggerlo. Così, per oltre 50 anni, ne raccolse centinaia. Ironia del destino, Don Julián morì nel 2001 proprio dove diceva di aver trovato il corpo della bambina. Da allora l’isola è rimasta congelata nel tempo, come un santuario pagano dedicato a un’anima perduta.

Isla de las Muñecas isola bambole

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Isla de las Muñecas in Messico

Un’esperienza da brivido

Visitare Isla de las Muñecas non è un’esperienza per tutti. Le bambole sono vecchie, mutilate, con occhi vuoti e capelli arruffati. Molte sono appese con fili, chiodi o corde, dando un’immagine visiva decisamente inquietante. Eppure, è proprio questa atmosfera surreale che affascina: tra superstizione e folklore, l’isola è diventata un’attrazione unica nel suo genere, una meta fuori dal comune per chi ama il turismo oscuro, i misteri e le storie vere che superano la fantasia. Alcuni visitatori giurano di aver visto le bambole muoversi o sussurrare. Altri lasciano offerte, fotografie, o nuove bambole per mantenere viva la leggenda.

Curiosità o leggende

Anche Tim Burton, maestro del gotico cinematografico, non ha resistito al fascino oscuro dell’Isla de las Muñecas. Durante un viaggio in Messico nel 2012 per promuovere il suo film d’animazione Frankenweenie, il regista ha deciso di dedicare qualche ora alla visita di questo luogo tanto macabro quanto leggendario. Eppure, secondo alcune fonti vicine, l’esperienza non è stata così inquietante come si aspettava: pare infatti che Burton abbia trovato l’isola decisamente meno spaventosa di quanto le storie — e le bambole — lasciassero immaginare. Secondo diversi racconti popolari, alcune bambole aprirebbero e chiuderebbero gli occhi da sole, o si muoverebbero leggermente, anche quando non c’è vento.

Altri parlano di sussurri tra gli alberi o di presenze invisibili che si fanno sentire nelle ore più silenziose. Esistono altre chinampas nei dintorni di Xochimilco con bambole appese, ma nessuna ha la densità, l’atmosfera o la storia dell’Isla de las Muñecas originale. Alcune sono imitazioni create per il turismo, ma l’isola di Don Julián è l’unica autentica, riconosciuta come tale anche dalla gente del posto. L’isola ha fatto da sfondo a diversi documentari e programmi paranormali, tra cui Ghost AdventuresDestination Truth. Le telecamere hanno spesso registrato suoni insoliti e fenomeni inspiegabili durante le riprese notturne.

Xochimilco Messico

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Il lago Xochimilco a sud di Città del Messico

Come arrivare e quando è meglio andarci

Per raggiungere Isla de las Muñecas, bisogna partire dai molini (imbarcaderi) di Xochimilco, facilmente raggiungibili dal centro di Città del Messico in taxi o metropolitana. Una volta lì, si sale a bordo di una trajinera, le coloratissime barche tradizionali che solcano i canali. Il tour per raggiungere l’isola dura circa 1-2 ore a tratta, a seconda del punto di partenza e dell’itinerario scelto. Il tour può essere combinato con la visita ad altre chinampas e con musica mariachi a bordo. L’ingresso all’isola non è sempre garantito: alcune zone sono visibili solo dalla barca. Si consiglia di portare contanti per eventuali acquisti o donazioni. Il periodo migliore per visitare Xochimilco e l’Isla de las Muñecas è tra ottobre e maggio, evitando la stagione delle piogge.

Se cercate un’esperienza ancora più intensa, andateci a fine ottobre, in occasione del Día de los Muertos: le leggende prendono vita, e l’atmosfera si fa ancora più carica di simbolismo e mistero. Il Día de los Muertos (Giorno dei Morti) è una delle feste più importanti e suggestive del Messico. Celebrata il 1 e 2 novembre, questa ricorrenza non è una celebrazione funebre triste o cupa, ma un momento di gioiosa commemorazione dei defunti. Secondo la tradizione messicana, in questi giorni gli spiriti dei cari tornano a far visita ai vivi, e le famiglie preparano altari, offerte e festeggiamenti per accoglierli.

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Alla scoperta delle tradizioni e feste del Messico

Terra ricca di tradizioni, di culture che si sono mescolate dando vita a un luogo unico e di appuntamenti imperdibili, il Messico è il posto da scoprire e in cui viaggiare per andare alla ricerca di tutto ciò che ha da offrire.

Un luogo in cui si fondono popoli e storie diverse, dando vita a qualcosa di straordinario: il mix culturale che si può incontrare in Messico è una ricchezza che va assaporata, che ci fa passare da eventi religiosi ad altri di tipo pagano, dai colori che investono con la loro vivacità a rituali intriganti, dando vita a un miscuglio unico e affascinante.

Le feste del Messico hanno saputo conquistare i tanti viaggiatori che lo visitano ogni anno, diventando celebri anche fuori dai confini del Paese del Centro America, raggiungendo tutto il globo e diventando un’ulteriore ottima ragione per fare le valigie e partire.

Le celebrazioni locali che dobbiamo conoscere per partire anche noi alla volta di questa incredibile Nazione che tanto ha da farci conoscere.

Dios de los muertos: la celebrazione più famosa

In genere gli eventi più importanti si tengono tra il 28 ottobre e il 2 novembre, ma la celebrazione vera e propria arriva a durare anche un mese: stiamo parlando del Dia de Los Muertos, festa religiosa messicana celebre in tutto il mondo. Protagonisti sono i colori accesi e vivaci, i teschi, gli abiti eleganti e le facce dipinte come la Calvera Catrina, overo la Signora del Giorno dei Morti. Le strade delle città, le case, i cimiteri e le piazze si trasformano per celebrare le persone che non ci sono più. E pare che questo appuntamento abbia origini antiche: con gli Aztechi nella Mesoamerica. È bene sapere che ci sono differenze di festeggiamenti da un luogo all’altro e che tra le mete da raggiungere in Messico vi sono: Janitzio, isola di dimensioni modeste nel lago Pátzcuaro dove ammirare le celebrazioni di un gruppo indigeno, oppure Città del Messico dove si tengono tanti appuntamenti diversi.

Tra le altre feste del Messico che vale la pena citare tra le più tradizionali, ci sono il Carnevale e la Pasqua con tutto il loro bagaglio di momenti tradizionali e celebrativi.

Dia de los muertos, celebre festa in Messico

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Dia de los muertos, famosa festa in Messico

Día de la Candelaria, la fine del periodo natalizia

Il Día de la Candelaria si celebra il 2 febbraio ed è quel momento che segna la fine delle celebrazioni per il Natale in Messico. Si tratta di un appuntamento che mescola la cultura cattolica a quella preispanica, ovvero la purificazione della Vergine Maria da una parte e il momento che dava il via alla stagione della semina, dall’altra. In questo giorno per tradizione si preparano tamales e atole, ovvero un piatto a base di impasto di mais ripieno e una bevanda calda.

Giorno dell’indipendenza del Messico

Il 16 settembre si festeggia il Giorno dell’indipedenza del Messico, una festa che serve a ricordare anche il Grito de Dolores, avvenuto nel 1810 e che ha dato il via alla lotta per l’indipendenza del Paese dalla Spagna. Ovunque si celebra questo momento e non ci si limita a un solo momento: dal 15 ci si inizia a preparare, se si gira per i centri urbani infatti si incontrano bancarelle, poi si attende il discorso del Presidente nelle piazze e risuona il “Grito”. Mentre il 16 settembre si può assistere alle parate, ma anche a tanti altri eventi che sono un intrigante mix di storia, simboli e divertimento.

Festa dell'indipendenza  in Messico

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Festa dell’indipendenza in Messico: si tiene il 16 settembre

La Guelaguetza, un festival imperdibile

La Guelaguetza è un festival imperdibile che si tiene a Oaxaca e nelle località vicine – omonimo stato del Messico meridionale – ogni anno. Un’occasione unica per assaporare e cogliere un po’ delle tradizioni più interessanti delle popolazioni indigene del posto con balli in costumi tradizionali, cibo, arte e altri prodotti. Si tiene a metà luglio, in particolare durante i due lunedì che seguono il 16 del mese.  Un appuntamento colorato, che riesce a trasmettere l’anima di questa zona del Messico e che restituisce un affresco delle sue tradizioni. Anche in questo caso, a quanto pare, ciò che viviamo oggi è un mix tra le tradizioni più remote, quelle legate al primo raccolto, e quelle cristiane con le celebrazioni in onore della Virgen del Carmen (16 luglio).

Feste del Messico: la Guelaguetza

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Le feste da conoscere in Messico: la Guelaguetza

Celebrazioni religiose e natalizie in Messico: due date importanti

Tra le celebrazioni legate alla religione e al Natale che non possono essere dimenticate vi è il Giorno della Vergine di Guadalupe, che cade il 12 dicembre e che trasforma la basilica di Città del Messico in un centro di devozione ancora più importante: questo santuario, infatti, è stato costruito vicino al punto in cui si pensa che la Vergine Maria sia apparsa a un contadino nel lontano 1531. Ci sono pellegrinaggi e messe. Tra il 16 e il 24 dicembre, invece è tempo di Las Posadas in cui delle persone si travestono e rievocano ogni sera un tratto del cammino di Giuseppe e Maria prima della nascita di Gesù.

Festival Internacional de la Obsidiana

Si tiene ogni anno a marzo a Teotihuacan, antica città precolombiana oggi importante sito archeologico, il Festival Internacional de la Obsidiana: un’occasione preziosa non solo per conoscere meglio la cultura e la storia di questo luogo, ma anche prendere parte a spettacoli, laboratori e degustazioni. Non è troppo distante da Città del Messico per cui è una tappa di viaggio perfetta in questa zona del Paese.

Questi sono sono solo alcuni dei tanti appuntamenti incredibili, che ci permettono di entrare maggiormente in contatto con la cultura e le tradizioni locali, andando a scoprire la storia, il passato e la vivacità di un Paese magnifico: il Messico ci aspetta e ogni momento è buono per raggiungerlo.

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La foresta magica in Messico dove ogni anno il cielo si dipinge di nero e arancione

È uno degli spettacoli naturali più straordinari del pianeta quello che avviene ogni anno tra le foreste di abeti del Messico centrale. Qui, tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, milioni di farfalle monarca (Danaus plexippus) si radunano coprendo gli alberi e dipingendo il cielo di nero e arancione.

Siamo nella Riserva della Biosfera delle Farfalle Monarca, un’area di 56 milioni di ettari ricoperta di pini, querce e conifere, creata nel 1980 per proteggere l’habitat invernale di questa straordinaria creatura che, nella cultura mesoamericana, personificava le anime dei cari defunti.

Dove si trova la foresta delle farfalle monarca

La Riserva della Biosfera delle Farfalle Monarca, Patrimonio UNESCO, si trova in Messico, tra gli stati del Michoacan e dell’Estado de Mexico. Ogni anno, qui arrivano milioni di farfalle monarca dopo aver lasciato il freddo nord degli Stati Uniti e del Canada per raggiungere le montagne dal clima più mite della foresta del Michoacàn, affrontando un tragitto di oltre 4000 chilometri, il più lungo mai osservato tra gli insetti.

Si tratta di una migrazione della durata di otto mesi che attraversa il continente, durante la quale cinque generazioni consecutive nascono e muoiono. I diversi santuari situati nel Michoacán e nello Stato del Messico sono aperti ai visitatori che potranno immergersi nel mondo delle monarche, conoscere questo fenomeno di migrazione di massa e sostenere gli sforzi per proteggerle.

Il fenomeno migratorio delle farfalle monarca

La migrazione delle farfalle monarca è un fenomeno che affascina tanto i professionisti del settore quanto appassionati e semplici curiosi. Questo è considerato uno dei viaggi più epici e pericolosi del pianeta: sebbene le monarca vivano in tutto il mondo, dal Sud America ai Caraibi, fino all’Europa, le monarca nordamericane sono le uniche che portano avanti questa incredibile migrazione stagionale.

Ogni autunno, le monarca negli Stati Uniti settentrionali e nel Canada meridionale volano verso sud, lungo un percorso di oltre 4.000 chilometri noto solo alle generazioni precedenti. Quelle che sopravvivono si radunano nel Messico centrale, dove trascorrono l’inverno negli stessi boschi di abeti che hanno ospitato i loro nonni e bisnonni l’anno precedente.

Perché e quando si verifica il fenomeno

Il motivo principale per cui avviene questo fenomeno è sfuggire ai rigori dell’inverno settentrionale. Questo perché le farfalle monarca non sono in grado di sopravvivere ai climi freddi e alle gelate che investono il Canada e il Nord degli Stati Uniti. Pertanto, intraprendono un viaggio incredibile verso sud, dove le temperature sono più miti e le condizioni ambientali permettono loro di svernare.

Il mese ideale per assistere all’arrivo delle farfalle monarca è febbraio, in particolare nell’area di Michoacán dove il 70% del territorio della riserva risulta la destinazione più importante in Messico per assistere alla migrazione delle monarca. Qui sono presenti tre santuari aperti al pubblicoEl Rosario, il più grande e popolare, noto per le sue strutture come il corridoio degli artigiani, Sierra Chincua, con la sua foresta lussureggiante e sentieri più brevi, adatti alle famiglie, e Senguio, con i suoi paesaggi meno conosciuti e incontaminati, ideali per chi viaggia da solo.

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I luoghi di Rambo: Last Blood, il confronto finale con Sylvester Stallone

Quinto e ultimo capitolo dell’iconica saga cinematografica iniziata nel 1982, Rambo Last Blood, racconta di un ritorno inaspettato dopo il ritiro del protagonista, interpretato sempre da Sylvester Stallone. Rambo vive infatti una vita tranquilla e isolata ormai, in Arizona, nel ranch ereditato dal padre. Tuttavia, quando scopre che una ragazza a lui molto vicina è scomparsa dopo aver attraversato il confine con il Messico per partecipare a una festa, decide di mettersi sulle sue tracce per salvarla. Così facendo però, alza la posta in gioco dell’intera saga, affrontando un rischio esponenzialmente più gravoso: finisce per affrontare un intero cartello messicano.

Appartenente a quel filone muscolare che ha visto il suo splendore negli anni 80-90, Rambo Last Blood ha sempre goduto anche di un fascino naturalistico con la sua moltitudine di location, splendide seppur sanguinose. Le scene d’azione dal sapore nostalgico con Stallone nei panni di Rambo, unite a una trama intensa e coinvolgente, tengono lo spettatore incollato allo schermo fino all’ultima scena. Ma l’elemento chiave che contribuisce al fascino di questo film è appunto l’ambientazione, curata con estrema diligenza. La produzione ha lavorato con grande impegno per selezionare i luoghi più suggestivi e coerenti con l’atmosfera della storia. Pertanto se desiderate scoprire dove sono state girate le varie sequenze di questo avvincente film d’azione, ecco di seguito tutti i dettagli sulle location.

Stallone Rambo

Fonte: Ansa

Stallone nei panni di Rambo

Dove è stato girato

Rambo Last Blood è stato girato in gran parte tra le Isole Canarie e la Bulgaria, con scene ambientate nelle città di Santa Cruz de Tenerife, Sofia e Varna. Anche se la narrazione si svolge prevalentemente in Messico, la produzione ha saputo sfruttare sapientemente paesaggi alternativi per ricreare l’atmosfera e l’estetica del Paese nordamericano in modo credibile ed efficace. Le riprese principali del film, con l’iconico Sylvester Stallone ancora una volta protagonista, si sono svolte tra ottobre e dicembre 2018, mentre alcune scene aggiuntive sono state girate nel maggio del 2019. Ora non resta che scoprire nel dettaglio tutte le location che hanno fatto da sfondo a questo capitolo conclusivo, ricco di tensione, adrenalina e colpi di scena.

Santa Cruz de Tenerife, Isole Canarie

La produzione ha scelto come base operativa diverse location nelle Isole Canarie, un arcipelago spagnolo noto per la sua varietà paesaggistica. Le riprese si sono concentrate sull’isola più grande, Tenerife, e in particolare nella sua capitale, Santa Cruz de Tenerife, dove sono state girate alcune delle sequenze ambientate in Messico. Una delle scene più intense (quella in cui Rambo viene aggredito da un gruppo di criminali) è stata filmata in Carretera Cueva Roja. Gran parte del film è stato dunque girato in questo territorio poiché, grazie alla sua somiglianza con i luoghi in cui il film è ambientato, poteva rappresentare sia l’Arizona che il Messico.

Isleta del Moro

Fonte: iStock

Isleta del Moro

Isleta del Moro (Almería), un villaggio di pescatori, è stata poi usata per simulare alcune delle scene in cui Rambo cerca la ragazza rapita, oppure Zahara de la Sierra e Ronda (provincia di Cadice) per le strade e gli ambienti urbani del Messico, infatti, le ambientazioni coloniali e la tipica architettura andalusa si adattano perfettamente alle città di confine messicane. Il Desierto de Tabernas (Almería) invece, che è stato spesso usato anche per i film western, in Rambo Last Blood serve per rappresentare l’Arizona e alcune aree desertiche del Messico. In un’intervista rilasciata a The Hollywood Reporter nel settembre 2019, il regista Adrian Grünberg ha spiegato il motivo della scelta di girare in Spagna anziché in Messico. “È stata una decisione puramente economica” ha dichiarato. “Sia io che Sly avremmo preferito girare in Messico, ma il budget disponibile non lo permetteva. Purtroppo, l’industria cinematografica è fortemente condizionata dai costi, e girare in Spagna era semplicemente più conveniente”.

Alla domanda se la Spagna avesse comunque offerto vantaggi creativi, Grünberg ha risposto positivamente: “Sì, assolutamente. So che ad un certo punto si era anche pensato ad Albuquerque. In ogni caso, Tenerife ci ha regalato un’ambientazione unica e inaspettata. Non ero sicuro che avremmo trovato ciò che cercavamo, ma il risultato mi ha davvero sorpreso”. Il regista ha inoltre sottolineato come, nonostante le riprese non si siano svolte in Messico, siano riusciti a integrare elementi della cultura messicana nel film, compresi riferimenti alla Santa Muerte, arricchendo così l’atmosfera e la profondità culturale della narrazione.

Sofia, Bulgaria

Per alcune delle riprese principali, la produzione si è spostata a Sofia, capitale della Bulgaria. Qui, il cast e la troupe hanno lavorato principalmente all’interno dei Nu Boyana Film Studios, situati in via Kumata 84, nella zona del Cinema Center Boyana. Questo complesso cinematografico vanta 10 teatri di posa e numerosi set permanenti che riproducono ambientazioni come una strada mediorientale, New York e Londra. È una struttura ben nota nel panorama internazionale, utilizzata per le riprese di numerosi film e serie TV tra cui Come ti ammazzo il bodyguard e Leatherface.

Oltre agli studi, una parte significativa di Rambo Last Blood è stata girata anche a Pancharevo, una località turistica e quartiere residenziale situato nella periferia di Sofia. Insieme agli ambienti ricreati nei Nu Boyana Studios, Pancharevo ha fornito lo sfondo ideale per rappresentare alcune ambientazioni del Messico, contribuendo a ricreare l’atmosfera desiderata dal regista senza dover lasciare la Bulgaria. Complessivamente comunque, la Bulgaria ha dato ospitalità alla troupe del film soprattutto per le scene di interni, come ad esempio quelle nella fattoria di Rambo.

Varna Bulgaria

Fonte: iStock

Varna Bulgaria

Varna, Bulgaria

Stando a varie indiscrezioni, per le riprese di Rambo Last Blood, il cast e la troupe si sarebbero spinti anche a est di Sofia, raggiungendo la città portuale di Varna, sul Mar Nero. In particolare, alcune scene chiave del film sarebbero state girate nei pressi del suggestivo Pobiti Kamani, conosciuto anche come il Deserto di Pietra, una delle meraviglie naturali della Bulgaria. Si ipotizza inoltre che Varna sia stata utilizzata per simulare visivamente il Golfo di California, offrendo un’alternativa paesaggistica credibile alle ambientazioni del Messico richieste dalla sceneggiatura. Grazie alla varietà di scenari naturali, la zona ha permesso di ricreare con efficacia luoghi ben lontani dalla sua reale geografia.

Arizona, Stati Uniti

Infine atterriamo in America, scelta solo per location minori. Poche scene, infatti, sono state effettivamente girate negli Stati Uniti, principalmente in Arizona, per catturare elementi autentici del paesaggio e brevi transizioni. Bowie in Arizona è indicata come location ufficiale per alcune riprese della fattoria di Rambo, ma la maggior parte dei frame dedicati ad essa è stata, come dicevamo poca fa, ricostruita altrove.

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I luoghi di Emilia Perez: il Messico ricostruito nei teatri di Parigi

Emilia Pérez è un’opera che sfida le convenzioni del cinema contemporaneo, fondendo il dramma criminale con il musical e affrontando temi profondi come l’identità di genere, il riscatto personale e la violenza del narcotraffico. Diretto dal regista francese Jacques Audiard, questo libero adattamento del romanzo del 2018 Écoute di Boris Razon presentato in anteprima al Festival di Cannes 2024, fonde generi diversi per raccontare una storia straziante su desideri insoddisfatti e rimpianti.

Durante il periodo degli Oscar 2025 una bufera ha travolto la produzione con una serie di polemiche intorno al film per collegamenti a temi sensibili e vecchi tweet dell’attrice protagonista Karla Sofía Gascón considerati offensivi. Una curiosità sulle location è che, pur essendo ambientato in molte parti del mondo, in realtà il film è stato girato solo in un paese.

Di cosa parla Emilia Pérez

La storia segue Rita Moro Castro, interpretata da Zoe Saldaña, un avvocato difensore di Città del Messico che cerca di fare la differenza. La donna si imbatte in un’insolita ma redditizia opportunità offerta dal boss del cartello Manitas Del Monte, mentre quest’ultimo cerca di realizzare il sogno di una vita: la transizione al sesso femminile. Dopo la transizione, Emilia tenta di costruirsi una nuova vita lontana dal crimine e in anonimato, ma il suo passato non tarda a riemergere. La narrazione si sviluppa tra momenti di introspezione e spettacolari numeri musicali che scandiscono le tappe di una metamorfosi fisica e spirituale, affrontando in parallelo le contraddizioni della società messicana contemporanea.

Emilia Pérez

Fonte: Ufficio stampa

Zoe Saldana in Emilia Pérez

Dove è stato girato

Nonostante la storia sia ambientata in Messico, Emilia Pérez è stato interamente girato in studio a Saint-Denis, nella periferia di Parigi. Qui, tra ex capannoni industriali riconvertiti e complessi all’avanguardia, si trovano degli studi cinematografici tra i più dinamici di Francia, un vero laboratorio di immaginazione dove il reale lascia spazio al possibile. Audiard ha scelto di ricreare l’intero mondo narrativo in set controllati e stilizzati, ispirandosi alla tradizione teatrale e operistica, piuttosto che alla verosimiglianza cinematografica. Questa decisione ha generato non poche polemiche. La critica messicana ha accusato il film di appropriazione culturale e di offrire una rappresentazione superficiale e stereotipata della realtà del paese. Tuttavia il regista ha difeso la sua scelta artistica, sostenendo che il film non mira al realismo geografico, bensì a una narrazione mitica e universale.

Rita, il personaggio di Zoe Saldana, vola a Bangkok, in Thailandia, per incontrare un chirurgo e apprendere informazioni sui vari interventi chirurgici necessari per il cambio di sesso. Poi vola a Tel Aviv, in Israele, per incontrare il Dott. Wasserman, che finirà per eseguire le procedure. Dopo aver aiutato Manitas a realizzare il desiderio di una vita, Rita lascia Città del Messico e vive una vita agiata da socialista a Londra, in Inghilterra.

Città del Messico

Fonte: iStock

La Cattedrale Metropolitana di Città del Messico

È qui che incontra Emila Pérez di persona per la prima volta, anni dopo la sua transizione. Emilia chiede a Rita di aiutarla a tornare a Città del Messico per poter vivere con i suoi due figli e Jessi, la sua ex moglie, fingendosi la cugina di Manitas, da tempo perduta. Rita aveva contribuito a organizzare il loro trasferimento a Losanna, in Svizzera, una pacifica comunità lacustre. Si reca lì per riportarli a Città del Messico e stare con Emilia. Tuttavia la produzione non ha girato il mondo, ma è stata fissa nella romantica e creativa capitale francese.

Curioso infatti che Diego Fernando Diosa sia stato accreditato come “Location Scout: Messico” per il film. Questo suggerisce che alcune scene potrebbero essere state girate in esterni in Messico, ma la notizia non è stata confermata fino a oggi. Le scene coreografate sulla strada all’inizio del film avrebbero potuto essere girate in Messico, o almeno alcune delle inquadrature paesaggistiche.

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Cinco de mayo: un viaggio nel cuore della cultura messicana tra storia, sapori e orgoglio

Il Cinco de mayo – 5 maggio – è molto più di una semplice data sul calendario: è un simbolo dell’anti-imperialismo, dell’orgoglio, della resistenza e dell’identità del popolo messicano.

Spesso viene frainteso come la festa dell’indipendenza del Messico, ma questo giorno celebra invece una storica vittoria che ha lasciato una forte impronta nella cultura del Paese.

La storia del cinco de mayo

Il cinco de mayo commemora la battaglia di Puebla del 5 maggio 1862, quando l’esercito messicano, guidato dal generale Ignacio Zaragoza, sconfisse le truppe francesi di Napoleone III, che erano molto più numerose e meglio equipaggiate. La battaglia iniziò al mattino di quel giorno e andò avanti fino a notte fonda.

Sebbene non abbia rappresentato una vittoria decisiva nella guerra, questa data rappresentò un importante segno di resistenza e determinazione per il popolo messicano. La battaglia dimostrò al mondo che la sovranità nazionale e l’identità culturale erano valori irrinunciabili per il Messico.

I festeggiamenti del Cinco de Mayo

In Messico, il cinco de mayo viene celebrato soprattutto a Puebla e porta il nome di “La batalla del cinco de mayo“.

città di puebla

Fonte: iStock

Via delle rane, famosa a Puebla

Sfilate di carri, rievocazioni militari e eventi culturali vengono organizzati in questa importante data di maggio. Durante i festeggiamenti, da tradizione, viene anche rimesso in scena l’epico scontro proprio nel luogo in cui avvenne.

Questa è l’occasione perfetta per i messicani di indossare i tipici sombreros e i baffi finti, vestirsi con costumi tipici come ponchos e sarape per percorrere le strade della città, suonare le maracas e sfoggiare le piñatas de burro con l’obiettivo di divertirsi e godere di una giornata carica di vibrazioni che mette in mostra lo spirito messicano.

celebrazione del cinco de mayo in messico

Fonte: iStock

Un gruppo di mariachi tradizionali

I festeggiamenti non si limitano alla data del 5 maggio ma si protraggono per più di un mese, dal 2 aprile al 10 del mese successivo. Nelle settimane precedenti e successive infatti i messicani fanno festa con musica con mariachis, mangiano tacos, organizzano esibizioni di danza, spettacoli teatrali, parate complete dei simboli della cultura messicana. Si tratta di una vera e propria festa che esalta e valorizza il patrimonio culturale del Messico.

Negli Stati Uniti, invece, la festa ha assunto una dimensione ancora più ampia, diventando una celebrazione della cultura messicano-americana. Questa festività è nata infatti da un’iniziativa della comunità messicano-statunitense situata in California. Da lì si è poi estesa in tutto il Paese, nello specifico nelle città di Los Angeles, Chicago e Huston dove la presenza del popolo latino è maggiore.

Concerti, balli folkloristici, esposizioni d’arte e festival di strada riempiono le città, portando allegria e colore nelle comunità. È un’occasione molto importante per far conoscere la ricchezza delle tradizioni messicane anche a chi non ha origini latine e per tramandare storia e valori alle generazioni future.

La cucina messicana protagonista della festa

Uno degli aspetti più amati del cinco de mayo è la cucina tradizionale messicana fatta di sapori autentici, colori, piatti tipici.

piatti tipici del messico

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Tamales con foglia di mais e salse guacamole

In questa giornata si preparano piatti iconici e rappresentativi come:

  • tacos,
  • nachos,
  • tamales,
  • salsa guacamole,
  • jalapenos,
  • enchiladas,
  • mole poblano – piatto simbolo della regione di Puebla,
  • chalupas – tortillas condite con carne, formaggio e cipolla – sempre tipiche di Puebla,
  • chiles en Nogada – tipici peperoni verdi ripieni di carne e frutta secca.

Le bevande non possono mancare: la margarita e la cerveza – birra – sono protagoniste indiscusse dei festeggiamenti.

Il cibo offre così un viaggio culinario in Messico per le centinaia di viaggiatori che arrivano da ogni parte di mondo e diventa quindi un mezzo per trasmettere storie, valori e sapori autentici.

Orgoglio messicano e identità culturale

Il cinco de mayo contiene un significato fortemente anti-imperialista ed è un’occasione per celebrare l’orgoglio messicano e rafforzare l’identità culturale delle nuove generazioni.

È un momento di riflessione sul valore della libertà, della resilienza e della diversità culturale.

Attraverso la musica mariachi, le danze folkloristiche e l’arte tradizionale, si rinnova ogni anno il legame con le proprie radici.

tradizioni messicane

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Felice cinco de mayo: sombrero, maracas e una coperta messicana

La festa diventa così un collegamento potente tra passato e presente, tra il Messico e il mondo e ha un’identità biculturale che rappresenta i membri della collettività messico-statunitense. Questo è stato anche un modo per permettere al popolo statunitense di avvicinarsi meglio alla cultura messicana con l’obiettivo di ottenere rivendicazioni politiche e risorse per la comunità.

Il cinco de mayo nel mondo

Sebbene abbia origini profondamente radicate nella storia del Messico, il cinco de mayo ha varcato i confini nazionali, diventando una ricorrenza celebrata in molti Paesi, in particolare negli Stati Uniti, dove è riconosciuta come una delle principali festività latine.
Negli Stati Uniti solitamente vengono coinvolti anche gli studenti delle scuole superiori facendo loro organizzare eventi che diffondano e valorizzino la cultura messicana trasmettendo l’importanza storica di quanto accaduto il 5 maggio.

Anche in Canada, Australia e in alcune città europee, si organizzano eventi per promuovere la cultura messicana.

Questa diffusione di memoria testimonia la forza dell’identità culturale messicana e il suo ruolo nel dialogo interculturale globale.

Il cinco de mayo è molto più di una festa: è un inno alla cultura, alla storia e allo spirito del Messico. Celebrare questa ricorrenza significa valorizzare le tradizioni, riconoscere il passato e abbracciare la diversità culturale che arricchisce il mondo.

In un’epoca in cui è sempre più importante costruire ponti tra i popoli, il 5 maggio diventa un simbolo universale di unità, orgoglio e memoria.