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Il Lago Tekapo è il paradiso dei lupini: la fioritura fiabesca della Nuova Zelanda

Esistono luoghi nel mondo talmente incantevoli da non sembrare reali. Posti in cui la natura usa tavolozze di colori speciali e dipinge un panorama unico al mondo: uno di questi, in un particolare periodo dell’anno, si trasforma in un paesaggio mozzafiato che sembra sia stato pensato appositamente per raccontare la fiaba perfetta.

Montagne glaciali sullo sfondo, calme acque turchesi e cieli spettacolari che con il calare del sole infuocano l’orizzonte. Tutt’intorno una distesa infinita di fiori viola, lilla e rosa che creano sfumature meravigliose. Siamo in Nuova Zelanda, sulle sponde del Lago Tekapo, dove verso la fine di novembre la fioritura dei lupini mette in scena uno spettacolo meraviglioso.

L’esplosione di colori che conquista occhi e cuore

Conosciamo i lupini per essere presenti nel celebre romanzo “I Malavoglia” di Verga, ma tanti non hanno mai avuto la fortuna di assistere allo spettacolo della loro fioritura.

Tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre, ogni anno, per alcune settimane sulle sponde del Lago Tekapo torna la magia: il paesaggio si trasforma in un mosaico vivente di sfumature che vanno dal rosa al lilla e al giallo. Così, i lupini selvatici (Lupinus polyphyllus) invadono ogni angolo: colline, rive, sentieri. In quei giorni, il Lago Tekapo diventa un dipinto impressionista firmato dalla natura.

La fioritura mozzafiato dei lupini al Lago Tekapo

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La fioritura dei lupini al Lago Tekapo

È lo scatto perfetto che tutti vorremmo fare e il quadro che nessun artista potrebbe mai replicare: il contrasto tra le tonalità accese dei lupini, l’acqua turchese del lago, la neve residua sulle montagne e la natura incontaminata, creano uno scenario da sogno per chi ama la natura e vuole vivere un’esperienza visivamente indimenticabile.

Come ammirare la magia della fioritura

Il luogo migliore da cui ammirare le distese di lupini? Uno dei punti panoramici più amati è una suggestiva chiesetta in pietra affacciata al lago, la Church of the Good Shepherd. Ma non è l’unico: lungo la Godley Peaks Road si susseguono scorci perfetti per immergersi nella bellezza dei campi di lupini, magari partecipando a un’escursione guidata che porta nei luoghi più nascosti.

L’alba e il tramonto sono i momenti migliori per vivere questa magia, quando la luce si riflette sull’acqua, i fiori sembrano accendersi e il cielo si tinge d’oro. È in questo momento che il Lago Tekapo invita a riscoprire il legame tra uomo e natura in uno dei luoghi più puri e incontaminati del pianeta, e mostra la sua anima più poetica: quella che fa innamorare ogni viaggiatore.

Dove si trova

Il Lago Tekapo si trova nel cuore dellIsola del Sud della Nuova Zelanda, nella splendida regione del Mackenzie, circondata dalle Alpi Meridionali. Vi si arriva in auto in circa 3 ore da Christchurch e 3 ore e mezza da Queenstown, lungo una delle strade panoramiche più suggestive del Paese.

Un ultimo consiglio? Raggiungete anche il Mount John Observatory, da cui si gode una vista mozzafiato sul lago e sui cieli stellati che rendono questa zona una delle più limpide al mondo.

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Il ritorno dell’Endeavour: la nave dei sogni e delle scoperte riemerge dal silenzio del mare

Dopo oltre due secoli di mistero e 25 anni di intense ricerche, il relitto dell’HM Bark Endeavour, la leggendaria nave con cui James Cook esplorò l’Australia e la Nuova Zelanda, è stato finalmente identificato con certezza. Ad annunciarlo è il Museo Nazionale Marittimo Australiano, che ha presentato il rapporto finale dopo indagini meticolose tra archivi storici e immersioni nei fondali del Rhode Island. Una scoperta che riaccende i riflettori su una delle imbarcazioni più importanti della storia dell’esplorazione.

Il viaggio dell’Endeavour: esplorazione e impatto storico

La storia dell’Endeavour ha inizio nel 1768, quando James Cook salpa dall’Inghilterra al comando di una missione scientifica di esplorazione e scoperta destinata a cambiare il mondo. Gli obiettivi erano: osservare il transito di Venere e scoprire nuovi territori. Durante questo viaggio, la nave esplorò le coste della Nuova Zelanda e dell’Australia – e raggiunse la costa del Nuovo Galles del Sud nel 1770.

Questo evento, tuttavia, non ha un significato univoco. Per alcuni rappresenta lo spirito dell’illuminismo europeo, per altri invece è l’emblema dell’inizio della colonizzazione e della sofferenza delle popolazioni indigene. Un aspetto che il museo non ha ignorato, riconoscendo la complessità storica legata a questa missione.

Un relitto ritrovato dopo 250 anni: l’Endeavour è RI 2394

Il relitto dell’Endeavour giaceva nel porto di Newport, Rhode Island (USA), da oltre due secoli. Ribattezzata “Lord Sandwich” dopo il viaggio nel Pacifico, la nave venne utilizzata dai britannici durante la Guerra d’Indipendenza americana e fu autoaffondata nel 1778 con altre dodici imbarcazioni per ostacolare la flotta francese nella baia americana di Newport.

Nel 1999, è partita una collaborazione tra il Museo Nazionale Marittimo Australiano e il Rhode Island Marine Archaeology Project (RIMAP) per ritrovare il relitto nella zona in cui era stato autoaffondato. Le indagini si sono concentrate sul relitto numerato come RI 2394 in quanto mostrava corrispondenze sorprendenti con i piani originali dell’Endeavour: dimensioni, materiali e struttura coincidevano in maniera inequivocabile.

Una replica a grandezza naturale della famosa nave del Capitano Cook

Fonte: Getty Images

Una replica della HMS Endeavour arriva a Whitby – Inghilterra

Le prove decisive: legno britannico e dettagli costruttivi unici

L’identificazione ufficiale non si è basata solo su ipotesi o somiglianze: i ricercatori hanno analizzato ogni centimetro del relitto, confrontando i resti con progetti del XVIII secolo. Il legno ritrovato – quercia bianca ed olmo europei – ha confermato l’origine britannica dell’imbarcazione, diversa da quella delle navi americane dell’epoca, costruite con materiali locali.

Due elementi chiave hanno rappresentato la prova definitiva:

  • il pozzo della pompa, perfettamente allineato con i disegni originali dell’Endeavour,
  • il giunto di chiglia a scarpa, un incastro raro, riscontrato in pochissimi relitti nel mondo e uguale a quello dei disegni del cantiere dove la nave fu costruita.

Dalla disputa alla conferma: il riconoscimento ufficiale

Nel 2022, il museo australiano annunciò il luogo di scoperta dell’Endeavour, ma gli archeologi statunitensi invitarono alla cautela, temendo un annuncio affrettato, e anche il RIMAP invitò alla prudenza. Dopo ulteriori tre anni di ricerche, il rapporto finale del 2025 ha fornito una documentazione dettagliata e comparativa che non lascia spazio a dubbi.

Questo segna “il culmine di 25 anni di studi archeologici dettagliati e meticolosi su questa importante nave” e il documento include:

  • nuove planimetrie,
  • comparazioni strutturali aggiornate,
  • un database tecnico comparativo dei relitti del XVIII secolo nell’Atlantico.

Anche RIMAP ha riconosciuto l’eccellenza delle analisi storiche e strutturali australiane. Così, dopo 250 anni, il mistero dell’Endeavour può dirsi risolto. Il direttore Daryl Karp del museo ha affermato: “Questo rapporto finale rappresenta la nostra dichiarazione definitiva sul progetto“.

Conservazione del relitto e valorizzazione della memoria

Il ritrovamento della nave non rappresenta la fine del progetto, ma l’inizio di una nuova fase. Il relitto è minacciato da organismi marini che consumano il legno, come teredini e gribbles, e per questo motivo il museo ha avviato un programma di conservazione attiva.

Oltre alla tutela fisica del relitto, il museo promuove un’iniziativa educativa per raccontare la storia dell’Endeavour nella sua interezza: non solo la grande impresa di esplorazione, ma anche l’inizio della colonizzazione e le conseguenze sulle popolazioni indigene del Pacifico. Dopo oltre 250 anni quindi una delle navi più significative della storia mondiale è tornata per narrare e tramandare il passato.

Una replica per rivivere la storia: visita guidata sull’HMB Endeavour

Australian National Maritime Museum di Sydney

Fonte: Getty Images

Una replica della nave del Capitano Cook, l’Endeavour

Per chi desidera vivere in prima persona l’esperienza a bordo della nave, il Museo Nazionale Marittimo Australiano offre la possibilità di salire sulla replica perfettamente fedele dell’HMB Endeavour – costruzione iniziata nel 1988. Questa riproduzione, considerata una delle più accurate al mondo, è un’autentica macchina del tempo.

Negli anni ha percorso molte miglia nautiche, ha circumnavigato l’Australia per tre volte e ha navigato verso l’Europa, gli Stati Uniti e si è fermata in numerosi altri porti d’oltremare. A bordo è possibile rivivere fedelmente la storia e:

  • esplorare la Great Cabin dove Cook lavorava e cenava,
  • osservare l’enorme stufa nella cucina sottostante,
  • ammirare i quasi 30 km di sartiame e le 28 vele originali nella forma e nei materiali,
  • scoprire com’era la vita quotidiana dei marinai durante il viaggio di circumnavigazione del globo tra il 1768 e il 1771.

La nave è spesso ormeggiata presso i moli del museo a Sydney ed è accessibile ai visitatori, salvo manutenzioni o traversate speciali. Un’esperienza unica per toccare con mano la storia di una delle più grandi avventure marittime di tutti i tempi. Centinaia di migliaia di visitatori sono già saliti a bordo per vedere da vicino come vivevano Cook e i suoi uomini.

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Destinazioni vulnerabili dal fascino unico: le città che sfidano il tempo da visitare ora

Ogni anno, il livello medio globale del mare si innalza di circa 2,5 millimetri e, in alcune zone del mondo, una su tutte Giacarta in Indonesia, l’incremento relativo annuo può arrivare fino a ben 25 centimetri, costringendo il governo a prendere provvedimenti drastici come lo spostamento della capitale in un’altra zona del Paese. Questo accade per due motivi: le maree salgono e la città sprofonda.

Giacarta non è la sola che sta affrontando una corsa contro il tempo, anche negli Stati Uniti, in Italia e in Nuova Zelanda, molte città bellissime sono a rischio a causa dell’innalzamento del livello del mare unito alla subsidenza del suolo. Quest’ultima si verifica quando l’attività umana o le forze naturali provocano l’abbassamento di porzioni della superficie terrestre.

Quali sono, nel dettaglio, le città da visitare subito perché a rischio di scomparire? Ve le raccontiamo qui insieme ai pericoli che stanno affrontando.

Le città a rischio negli Stati Uniti

New York è la città più popolosa degli Stati Uniti e, a causa dei cambiamenti climatici, è anche minacciata da inondazioni costiere e mareggiate. Come hanno dimostrato diversi studi, però, questo non è l’unico problema. Anche l’attività edilizia sta causando la subsidenza della città, aggravando il rischio di future inondazioni: dalle analisi è risultato che il tasso medio di subsidenza in tutta la città è di 1-2 millimetri all’anno, ma in zone come Queens e Brooklyn, questo valore è notevolmente più elevato.

Sotto l’iconico skyline di Chicago, invece, si nasconde un problema insidioso: il cambiamento climatico sotterraneo. A lungo andare, i suoi effetti potrebbero mettere a repentaglio la durabilità di edifici e infrastrutture in tutta la città provocandone lo sprofondamento. Questo fenomeno, nel caso di questa splendida città statunitense, è provocato soprattutto dal calore emesso da strutture interrate come parcheggi sotterranei, scantinati, tunnel della metropolitana e fognature.

In totale, le città degli Stati Uniti a rischio sono 25 dove la subsidenza sta colpendo soprattutto l’integrità strutturale di edifici, strade, dighe e altre infrastrutture. Tra queste citiamo: Dallas, Columbus, Detroit, Fort Worth, Denver, Indianapolis, Houston e Charlotte.

Chicago al tramonto

Fonte: iStock

Tramonto sullo skyline di Chicago

Le città a rischio in Italia

E in Italia, invece, quali sono le città a rischio? Il fenomeno della subsidenza sta colpendo soprattutto Venezia, dove è risaputo che l’aumento del livello del mare e l’abbassamento del terreno costituiscono minacce sempre più concrete. Ma la città lagunare non è l’unica. Uno studio recente ha messo in evidenza anche tante altre città italiane come Ravenna, Ferrara, Padova, Chioggia, Pisa, Livorno, Grosseto, Napoli e Ostia.

Seppur siano più contenuti, i rischi ci sono anche a Taranto, Gallipoli, Cagliari, Oristano, Latina, Sabaudia, Piombino, Viareggio, La Spezia, Rimini, Pesaro, Jesolo Lignano Sabbiadoro. Secondo alcuni dati raccolti alla fine del 2024, il fenomeno della subsidenza coinvolge circa il 18% dei comuni italiani, prevalentemente situati nelle regioni del Nord Italia, in particolare nella Pianura Padana, mentre nell’Italia centrale e meridionale il fenomeno interessa prevalentemente le pianure costiere. Le regioni più esposte sono il Veneto e l’Emilia-Romagna, con oltre il 50% dei comuni interessati dal fenomeno.

Il caso di Giacarta, in Indonesia

Giacarta conta 10 milioni di abitanti ed è considerata una delle città al mondo che sta sprofondando più velocemente. Se questo fenomeno non verrà arginato, entro il 2050 alcune zone potrebbero finire completamente sott’acqua.

Ecco perché il governo, come soluzione, ha deciso di spostare la capitale in una nuova città chiamata Nusantara: la commissione incaricata della sua pianificazione ha dichiarato l’importanza di questo trasferimento a causa del notevole stress a cui la città e l’isola di Giava erano sottoposte a causa di fattori quali l’intensa congestione del traffico, l’inquinamento ambientale e l’alta densità di popolazione.

Le città in pericolo in Nuova Zelanda

Di molte città negli Stati Uniti e in Italia, il fenomeno dello sprofondamento è ampiamente conosciuto. Studi recenti, però, hanno messo in evidenza il rischio anche in alcune città della Nuova Zelanda. In particolare, le destinazioni in pericolo sono le principali aree costiere di Auckland, la città più grande e più bella del Paese; Tauranga, con le sue spiagge splendide e un incantevole lungomare; Wellington, la capitale che stupisce con le sue spiagge e i giardini; Christchurch, cittadina portuale ricca di musei; Dunedin, una zona famosa per le sue montagne con cime arrotondate e scogliere ripide.

La fascia costiera sta sprofondando in modo costante in tutte queste città a un tasso di pochi millimetri all’anno. In termini numerici, studi recenti hanno rilevato che il 77% delle coste urbane della Nuova Zelanda sta subendo subsidenza a tassi pari o superiori a 0,5 mm all’anno. Alcuni dei tassi, ossia superiori a 3,0 mm all’anno, sono stati misurati soprattutto nei sobborghi costieri di Christchurch. A complicare la situazione, inoltre, c’è il fatto che la Nuova Zelanda è considerata una delle zone a maggiore attività sismica del pianeta.

Auckland Nuova Zelanda

Fonte: iStock

La spiaggia di Auckland
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Le spiagge della Nuova Zelanda custodiscono un tesoro: l’isola del Sud è “piena d’oro”

Un segreto prezioso è stavo rivelato dagli studiosi che hanno analizzato la sabbia presente sulle spiagge dell’Isola del Sud. Il territorio più grande della Nuova Zelanda ha svelato tantissime particelle d’oro disseminate tra i granelli. A portare avanti lo studio ci hanno pensato i ricercatori dell’Università di Otago che si sono occupati dell’attività scoprendo che il materiale pregiato risulta molto più diffuso di quanto si pensasse. Gli scienziati coinvolti hanno progettato dunque un atlante per poter mappare la presenza del metallo in modo più dettagliato.

Le spiagge della Nuova Zelanda sono ricoperte d’oro

L’Università di Otago ha condotto una ricerca legata alla quantità di oro presente sulle spiagge dell’Isola del Sud, in Nuova Zelanda, focalizzandosi su quello conosciuto come oro detritico o alluvionale. I frammenti? Davvero minuscoli, e frutto dell’erosione delle rocce. Nel tempo le particelle sono finite sulle spiagge trasportate dall’acqua. Insomma, lo studio fa emergere la presenza dell’oro, ma non si tratta certo di pepite: la dimensione è così piccola che risulta praticamente impercettibile ad occhio umano.

La particolarità dell’oro studiato sulle spiagge neozelandesi? La dimensione. Nella maggior parte dei casi si parla di misure tra i 50 e i 200 micrometri. Alcuni frammenti sono addirittura più piccoli, circa 10 micrometri… più o meno la dimensione del diametro di un capello. Quindi, anche se i litorali sono ricchi d’oro, è praticamente impossibile raccoglierlo. Una curiosità in più? Il suo comportamento in acqua: l’oro galleggia rendendo molto complicato separarlo da altri sedimenti e, quando si prova a setacciarlo, parte delle particelle si disperde. Attenzione poi ai divieti: è severamente vietato raccogliere sabbia, anche solo in piccole quantità.

Quali sono le spiagge dell’oro in Nuova Zelanda

Lo studio condotto dai geologi Dave Craw e Marshall Palmer ha coinvolto diverse spiagge della costa dell’Isola del Sud; ognuna di esse ha saputo distinguersi per caratteristiche uniche.

Tra i siti esaminati spicca la spiaggia di Hampden, dove un piccolo ruscello modella continuamente i depositi sabbiosi. A Wangaloa, invece, le violente mareggiate contribuiscono a spostare grandi quantità di sabbia nera, facilitando l’accumulo di particelle aurifere. La spiaggia di Waipapa, frequentemente colpita da valanghe, offre un altro esempio di come la natura influenzi la distribuzione dei sedimenti auriferi.

Ultima località, ma non meno importante, è quella di Orepuki dove le onde di alta marea formano accumuli di sabbia nera ideali per la raccolta dei campioni da parte degli studiosi. Nonostante si trovino tutti sulla stessa isola, sono spiagge caratterizzate da ambienti geologici diversi, che hanno dato modo di approfondire la distribuzione dell’oro da parte degli studiosi.

L’importanza della scoperta

L’indagine condotta dai ricercatori ha dato un valore non tanto economico o estrattivo, ma soprattutto scientifico. Gli occhi degli esperti hanno avuto modo di comprendere i processi geologici che modellano il paesaggio neozelandese spaziando dall’erosione delle rocce al trasporto dei sedimenti, fino al deposito lungo le coste. Il lavoro svolto dall’Università di Otago potrebbe persino avere svolte future sulla ricerca mineraria e l’impatto ambientale ad essa collegata. Insomma, le spiagge d’oro della Nuova Zelanda sono un tesoro prezioso che ha ancora tanto da raccontare.

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In Nuova Zelanda c’è una montagna che ha gli stessi diritti delle persone

Il parlamento della Nuova Zelanda ha approvato una legge che conferisce la personalità giuridica al Monte Taranaki, un vulcano dormiente alto più di 2.500 metri.

Si tratta di una decisione storica che segna un punto di svolta nella tutela dei diritti delle comunità indigene e nell’approccio alla difesa dell’ambiente.

Il Monte Taranaki è, infatti, di grande importanza per la comunità maori, che lo considera un antenato e un simbolo di cultura e tradizione. Inoltre, rappresenta ormai anche una popolare destinazione turistica, apprezzata da escursionisti e alpinisti.

La montagna come soggetto giuridico

Grazie alla nuova legge, il Monte Taranaki viene equiparato a una persona giuridica.

Ciò significa che può possedere beni, essere parte di un contratto, contrarre debiti o persino intentare cause legali contro individui o entità che minacciano la sua integrità.

La misura non ha soltanto implicazioni pratiche, ma anche un forte valore simbolico: offre un riconoscimento alle comunità maori che abitavano la regione prima dell’arrivo dei colonizzatori europei e garantisce una maggiore tutela di un territorio legato a doppio filo alla loro storia e al loro patrimonio culturale.

Riparare le ingiustizie del passato

L’iniziativa si inserisce in un contesto più ampio di riconciliazione tra il governo neozelandese e le popolazioni indigene.

Da anni, la Nuova Zelanda sta lavorando per restituire ai maori il controllo delle terre che furono sottratte con la forza o tramite acquisizioni illecite. Nella regione di Taranaki, nella seconda metà dell’Ottocento, i colonizzatori europei confiscarono quasi 5mila chilometri quadrati di territorio appartenente alle comunità maori. Queste terre furono poi assegnate ai militari che avevano combattuto contro i maori, alimentando un conflitto che ha lasciato ferite ancora aperte.

La legge approvata di recente riconosce ufficialmente che quelle confische violarono il trattato di Waitangi, un accordo firmato nel 1840 tra i capi delle comunità maori e i rappresentanti del Regno Unito. Il trattato stabiliva i rapporti di potere tra la corona britannica e i maori, garantendo a questi ultimi gli stessi diritti dei sudditi britannici.

Tuttavia, a causa di una doppia traduzione del testo e di interpretazioni scorrette, i maori furono spesso privati dei diritti loro riconosciuti.

Oggi, il trattato di Waitangi costituisce la base giuridica su cui le comunità indigene fanno leva per rivendicare autonomia, ricevere compensazioni per le discriminazioni subite e riottenere il possesso delle terre degli antenati.

Un fenomeno globale

Il caso del monte Taranaki non è isolato. In Nuova Zelanda, altri elementi naturali hanno ottenuto la personalità giuridica in passato, tra cui un fiume e un parco naturale. Esperienze simili si sono verificate anche in Bolivia, Messico, Colombia, Australia e Bangladesh, spesso grazie alla pressione esercitata dalle comunità indigene per la salvaguardia dei loro territori e dell’ambiente.

In alcuni casi, il riconoscimento giuridico ha avuto un ruolo chiave: un esempio recente arriva dall’Ecuador, dove nel 2024 un tribunale ha riconosciuto i diritti giuridici del fiume Machángara sulla base della Costituzione ecuadoriana, che garantisce protezione alla “Pacha Mama”, ovvero la “Madre Terra” nella lingua quechua. I giudici hanno utilizzato tale norma in varie sentenze per affrontare questioni ambientali.

Nel luglio dello stesso anno, un tribunale ha stabilito che il comune di Quito aveva violato i diritti del fiume permettendone l’inquinamento e ha ordinato alle autorità locali di intervenire per ripulirlo.

Un modello per il futuro

L’attribuzione della personalità giuridica a elementi naturali rappresenta un nuovo approccio nella cura dell’ambiente e nella protezione dei diritti delle popolazioni indigene, con una visione che riconosce come un’entità con diritti propri, che deve essere difesa dagli abusi umani.

Il caso del monte Taranaki dimostra come la legislazione possa essere impiegata per correggere le ingiustizie del passato e, allo stesso tempo, creare nuovi strumenti per la salvaguardia dell’ambiente.

Se un simile modello si diffonderà in altre parti del mondo, potrebbe segnare un cambiamento significativo nel nostro rapporto con la natura e trasformare il modo in cui le società affrontano i problemi ambientali e i diritti delle popolazioni indigene.

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L’artista David McCracken ha costruito la scala infinita per il paradiso

Ci mettiamo in viaggio per tantissimi motivi, lo facciamo per andare alla scoperta di città e capitali d’arte, di luoghi iconici che sono diventati simboli di Paesi interi, per scoprire culture, tradizioni e costumi lontani dai nostri. Lo facciamo anche per osservare le straordinarie creazioni di Madre Natura e quelle dell’uomo che, spesso, si fondono e si confondono dano vita a capolavori di immensa bellezza.

E un capolavoro, unico nel suo genere, è sicuramente la scala infinita che di David McCracken, artista neozelandese che ha voluto sfidare ogni legge tangibile per creare un’opera d’arte suggestiva ed emozionante che oggi caratterizza in maniera univoca il paesaggio dei giardini botanici di Christchurch, situati nell’omonima cittadina della Nuova Zelanda.

Cosa rende così speciale speciale quest’opera, che prende il nome di Diminish and Ascend, sono le foto stesse ad anticiparlo. La scala che squarcia l’atmosfera che va verso il cielo, e oltre, sembra infinita. In realtà si tratta di un gioco di prospettive e illusioni che l’artista ha sapientemente plasmato per creare una delle installazioni più suggestive del mondo intero.

Diminish and Ascend, la scala che porta al paradiso

Posizionandosi davanti ai gradini della scala, e seguendoli uno a uno con lo sguardo, si ha davvero la sensazione di poter raggiungere luoghi in cui nessuno è stato mai. E su questo, David McCracken, è stato un talentuoso scultore illusorio, perché è di questo che si tratta: un’illusione che, però, non priva l’opera della sua bellezza intrinseca.

Diminish and Ascend, ribattezzata dai più come la scala che porta al paradiso, è completamente realizzata in alluminio. È lunga 13 metri ed è composta da gradini di diverse dimensioni che creano l’illusione ottica dell’infinito: quelli in basso sono più larghi, mentre le dimensioni si riducono salendo. È proprio questa peculiarità a garantire l’effetto finale che ha lasciato il mondo intero senza fiato.

Sin dalla sua presentazione, avvenuta in occasione dell’evento Sculpture by the Sea organizzato a Bondi Beach, una delle spiagge australiane più famose al mondo, l’opera ha riscosso un successo mondiale e ancora oggi, a distanza di anni, fa parlare di sé al punto tale da essersi trasformata in una vera e propria attrazione turistica.

Molteplici sono i significati e le suggestioni dell’installazione: una scala che porta in paradiso, un percorso che conduce oltre i sogni, i limiti e l’immaginazione, una fuga surreale, una via d’accesso per l’uomo e il suo vagare. La stessa scelta della scala, inoltre, è perfettamente in linea con l’operato dell’artista che spesso sceglie oggetti di utilità ordinaria per trasformarli in qualcosa di straordinario come Diminish and Ascend, appunto.

Dove si trova la scala infinita

La scala è stata realizzata da David McCracken nel 2013 e presentata al grande pubblico in occasione dell’evento Sculpture by the Sea tenutosi a Bondi Beach, in Australia. Successivamente è stata esposta a Waiheke Island e dal 2016 dimora in maniera permanente all’interno dei Giardini Botanici di Christchurch, nell’omonima città. Per ammirarla in tutto il suo splendore potete recarvi Kiosk Lake: è lì, proprio in mezzo al lago, che la scala infinita campeggia maestosa.

Negli anni l’opera è stata più volte elogiata dai media internazionali: l’Huffington Post l’ha paragonata a un disegno reale di MC Escher mentre la rivista americana AD l’ha inserita nella lista delle 38 sculture più affascinanti del mondo.

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Visto per la Nuova Zelanda: come richiedere la NZeTA, costo e validità

Se sognate di esplorare i paesaggi spettacolari, le città vivaci e la cultura unica della Nuova Zelanda, preparatevi a richiedere l’autorizzazione necessaria prima di partire. La Nuova Zelanda è nota per i suoi controlli rigorosi alle frontiere, che includono l’obbligo per i visitatori di ottenere una New Zealand Electronic Travel Authority (NZeTA) prima di entrare nel Paese e il rilascio del Visa Waiver Visitor Visa. Questo articolo vi guiderà attraverso i passaggi, i costi e la durata di queste autorizzazioni, spiegando anche chi ne è esentato e quali errori evitare per un viaggio senza problemi burocratici.

Che Cos’è la NZeTA

La NZeTA è un’autorizzazione elettronica di viaggio richiesta per i cittadini di Paesi, come l’Italia, che non hanno bisogno di un visto turistico per la Nuova Zelanda. Questa autorizzazione è essenziale sia per i turisti che per coloro che sono solo di passaggio, cioè in transito verso altre destinazioni. L’obiettivo della NZeTA è garantire un controllo preventivo sui viaggiatori, monitorando le motivazioni del viaggio e il rispetto delle norme di sicurezza e sanitarie.

La NZeTA ha una durata di due anni dalla data di rilascio e consente ai viaggiatori di entrare nel Paese più volte senza richiedere nuovamente il permesso, purché ogni soggiorno non superi i 3 mesi (6 mesi per i cittadini britannici).

Chi deve richiedere la NZeTA

L’obbligo di NZeTA riguarda tutti coloro che:

  • Viaggiano con un passaporto di un Paese esente da visto e desiderano soggiornare in Nuova Zelanda per un massimo di 3 mesi (6 per i britannici).
  • Sono in transito tramite l’Auckland International Airport, anche senza scendere a visitare il Paese.

Se si è già in possesso di un visto neozelandese valido o si è cittadini australiani, non c’è bisogno di richiedere una NZeTA per entrare in Nuova Zelanda.

Costi della NZeTA e tassa per la conservazione del turismo

La richiesta della NZeTA ha un costo compreso tra i 17 e i 23 dollari neozelandesi (NZD) a seconda del metodo di richiesta: tramite app mobile (NZD 17) o sito web (NZD 23). Oltre a questo, per entrare in Nuova Zelanda si deve pagare l’”International Visitor Conservation and Tourism Levy” (IVL), una tassa destinata a supportare attività di conservazione e manutenzione delle attrazioni naturali del Paese, pari a NZD 35.

Come richiedere la NZeTA

  1. Tempistica: è consigliabile richiedere la NZeTA almeno 72 ore prima della partenza.
  2. Modalità di richiesta: si può richiederla online sul sito ufficiale di Immigration New Zealand o tramite l’app mobile dedicata.
  3. Documentazione necessaria: assicurarsi di avere il passaporto a portata di mano e una carta di credito per il pagamento delle tasse.

Errori da evitare durante la richiesta della NZeTA

Ecco alcuni errori comuni in cui si potrebbe incorrere nella richiesta della NzeTA, e come evitarli:

  • Richiedere all’ultimo minuto: non fate l’errore di attendere l’ultimo giorno per richiedere la NZeTA, poiché il processo potrebbe richiedere fino a 72 ore.
  • Dichiarazioni errate sulle motivazioni di viaggio: se il vostro obiettivo è cercare lavoro, dovrete richiedere un visto apposito, non una NZeTA. Essere trasparenti è essenziale per evitare respingimenti.
  • Mancanza di documenti di supporto: siate pronti a esibire copia del biglietto aereo di ritorno e altre informazioni che possano dimostrare che rispetterete i tempi di permanenza previsti.

Cosa fare in caso di respingimento alla frontiera

Negli ultimi anni si è registrato un lieve aumento nei casi di respingimento alla frontiera neozelandese, soprattutto a causa di motivazioni di viaggio ritenute poco chiare. Se, ad esempio, un viaggiatore dichiara di essere un turista ma dispone solo di un biglietto aereo di sola andata, o intende cercare lavoro senza un visto specifico, potrebbe destare sospetti nell’espletamento delle pratiche d’ingresso nel Paese.

Un altro motivo che può essere causa di respingimento è l’incoerenza nelle informazioni. La permanenza dichiarata in Nuova Zelanda di pochi giorni potrebbe insospettire i funzionari, soprattutto se accompagnata da comportamenti sospetti. Il consiglio quindi è di essere chiari e trasparenti sulle intenzioni di viaggio, portando con sé la documentazione che giustifichi il proprio itinerario e il ritorno al Paese di origine.

Condizioni e limitazioni della permanenza

Quando si ottiene una NZeTA, questa consente di visitare la Nuova Zelanda per periodi di massimo 3 mesi (o 6 per i britannici) a ogni ingresso, fino a un totale di 6 mesi in un periodo di 12 mesi. Se si desidera rimanere più a lungo, bisogna fare richiesta di un nuovo visto prima della scadenza del permesso di soggiorno. Superare i tempi consentiti di permanenza può portare a conseguenze gravi, tra cui il rischio di deportazione e il divieto di ingresso futuro.

La NZeTA per il transito in Nuova Zelanda

Se la destinazione finale non è la Nuova Zelanda ma si è solo in transito ad Auckland, si ha comunque bisogno di una NZeTA. I viaggiatori in transito non possono uscire dall’area riservata dell’aeroporto e devono lasciare il Paese entro 24 ore. A questo proposito è importante ricordare che Auckland è l’unico aeroporto neozelandese che permette il transito internazionale.

Cos’è e come funziona il Visa Waiver Visitor Visa

In base ad accordi di reciprocità, i cittadini italiani sono esenti dal visto, e possono richiedere un “Visa Waiver Visitor Visa” direttamente all’arrivo in Nuova Zelanda, completando un apposito modulo. Non si può richiedere questo visto prima di recarsi in Nuova Zelanda: bisogna fare domanda una volta arrivati nel Paese e si deve essere comunque in possesso di un NZeTA prima del viaggio.

Questa tipologia di visto consente di soggiornare fino a 3 mesi (o 6 se si è cittadini britannici) e prevede requisiti specifici come la presentazione di un biglietto aereo di ritorno e la dimostrazione di disponibilità economica sufficiente per coprire le spese durante la permanenza.

Questo visto consente di portare la propria famiglia, se tutti i membri soddisfano i criteri per i viaggi con esenzione dal visto. A seconda del motivo della visita e se si soddisfano requisiti aggiuntivi, si può anche avere la possibilità di partecipare ad attività sportive, culturali, commerciali o di ricerca.

Alla scadenza, si può comunque viaggiare di nuovo in Nuova Zelanda con esenzione dal visto, a condizione che non si rimanga in Nuova Zelanda per più di 6 mesi in un arco di 12 mesi. Se dopo l’arrivo si decide di voler rimanere più a lungo, si può richiedere un altro visto per prolungare la visita fino a un massimo di 9 mesi. Non è possibile utilizzare una carta di arrivo per fare ciò: è necessario completare una “domanda di visto per visitatori”.

Come presentare la “Traveller Declaration” per l’ingresso in Nuova Zelanda

Tutti i viaggiatori in arrivo in Nuova Zelanda devono completare una dichiarazione online chiamata “New Zealand Traveller Declaration”. Questa deve essere compilata fino a 24 ore prima della partenza e serve a fornire informazioni sullo stato di salute e altri dettagli importanti per la concessione del permesso di ingresso.

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In Nuova Zelanda c’è un aeroporto in cui è vietato abbracciarsi per più di 3 minuti

Esprimere i propri sentimenti per molte persone non è così semplice, eppure non è sempre un bene lasciare scorrere le emozioni in un luogo pubblico. Soprattutto se ci si trova in Nuova Zelanda, la terra che gli appassionati de Il Signore degli Anelli conoscono come la Terra di Mezzo. Infatti all’aeroporto di Dunedin è spuntato fuori un cartello che informa i viaggiatori che un abbraccio non può durare più di tre minuti all’interno della struttura, mentre nel parcheggio ci si può lasciare andare a effusioni più lunghe.

“Per affettuosità più prolungate si prega di usare il parcheggio” si legge blu su bianco nel cartello che in primo piano riporta la scritta: “Tempo massimo per l’abbraccio: 3 minuti“. Leggendo questa notizia viene da sorridere pensando alla gente che si saluta con il cronometro alla mano fino al momento di distacco che è sempre particolarmente intenso e drammatico se un viaggio divide per tanto tempo.

Coccole a tempo in Nuova Zelanda

Un genitore e un figlio, una coppia innamorata, due cari amici che magari hanno trascorso un periodo insieme ma poi devono tornare alle loro vite in due posti diversi del mondo, devono misurare l’ultimo frammento di tempo che trascorrono insieme. Non è facile immaginare come la notizia delle “carezze a tempo” sia diventata virale sul web in pochissimo tempo, alimentando polemiche e discussioni.

Cronometrare gli addii sembra una richiesta cinica e bizzarra, ma all’aeroporto di Dunedin un addetto è pronto a fare la multa se qualcuno supera il limite dei tre minuti consentiti per baci e abbracci a una persona cara prima della partenza o al momento dell’arrivo. La direzione che ha preso questa decisione si è difesa avanzando l’idea che questo dovrebbe limitare gli affollamenti in aeroporto. Il CEO Daniel De Bono ha dichiarato: “Per un buon saluto, basta un abbraccio di 20 secondi. Questo arco di tempo è sufficiente per ottenere una scarica di ossitocina, “l’ormone dell’amore”. Poi, se si vuole avere più tempo per i saluti, c’è sempre il parcheggio delle auto”. 

Il Kiss & Fly in Italia e nel mondo

Certo è che ridurre l’amore e l’affetto a un’analisi scientifica denota l’animo razionale e pragmatico di chi ha valutato questa decisione e imposto questo divieto in Nuova Zelanda. Per chi vive una relazione a distanza il saluto in aeroporto è un momento fondamentale che ha portato all’idea delle aree di sosta Kiss & Fly in Europa e nel resto del mondo.

In Italia siamo famosi per essere romantici e passionali e questo si rispecchia anche nelle regole di viaggio. All’aeroporto di Lamezia Terme, per esempio, ci si può abbracciare e baciare per ben 30 minuti con il parcheggio per le soste brevi, mentre a Milano e Napoli l’area Kiss & Fly prevede venti minuti. Il tempo si riduce a Firenze, Roma, Palermo, Bari, Catania e Brindisi dove si può parcheggiare per salutare i propri cari per 15 minuti.

A livello internazionale non molti paesi seguono l’esempio della Nuova Zelanda, infatti a Tokyo, Singapore e Palma di Maiorca sono disponibili 30 minuti di sosta per i saluti, mentre a Dubai, Praga e Copenaghen il kiss & fly prevede 15 minuti di sosta. I meno romantici sembrano gli Stati Uniti, dove vanno sempre tutti di corsa e infatti ai viaggiatori è consentito scendere e salire dall’aereo a New York, Los Angeles e San Francisco, senza perdere tempo.

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Piatti tipici della Nuova Zelanda che dovresti assolutamente provare

Da sempre, sono le influenze a rendere unica e riconoscibile una cucina nel mondo: in Nuova Zelanda, si fa sentire, in particolare, l’influsso della cucina maori, oltre che di quella moderna, a seguito dell’immigrazione degli europei (prima dei britannici e poi del Sudest Asiatico). La cucina neozelandese è pronta a stupire i viaggiatori con manicaretti e specialità d’eccezione: qui il pesce è tra gli ingredienti fondamentali, insieme alle patate dolci, alle costolette d’agnello, alle spezie e alla carne. Ti sveliamo i piatti tipici della Nuova Zelanda da provare.

Kiwi breakfast

Cosa si mangia per colazione in Nuova Zelanda? Non potevamo non iniziare dal pasto più importante della giornata, che farai in vacanza esplorando questo territorio unico: il pasto mattutino neozelandese permette (davvero) di fare un carico extra di energie. Non facciamoci trarre in inganno dal nome: alla fine, è molto simile a quella inglese, poiché è composta da uova, pancetta, tortino di patate (ovvero hash brown), salsicce, funghi e fagioli.

Fish and chips

Come anticipato, la tradizione britannica si fa sentire a tavola in Nuova Zelanda: la contaminazione inglese è piuttosto forte, quindi puoi ordinare a pranzo o cena molti piatti che già ti suonano familiari, come l’iconico fish and chips, ovvero pesce fritto e patatine. Non è, però, il più amato dai neozelandesi, che infatti prediligono un regime alimentare a base di carne.

Meat pie

Anche in questo caso ci troviamo di fronte a una delle ricette che, per eccellenza, è di derivazione inglese: il meat pie, ovvero il tortino di carne, è ovunque. Bar, ristoranti, localini: tutti si sfidano a chi prepara il tortino migliore, più gustoso e saporito. Viene realizzato con carne di manzo e l’immancabile salsa gravy, ma non mancano varianti vegetariane, come con formaggio e funghi. Oppure con uova e bacon. Come contorno, un buon purè di patate.

Rewena

Abbiamo anticipato che le patate rientrano tra gli ingredienti più usati in Nuova Zelanda. Quindi, non è possibile perdersi il Rewena, il tradizionale pane Maori. Viene preparato usando la patata fermentata al posto del lievito, ed è questo a renderlo tanto particolare: oltre alla nota acidula, c’è quel tocco di “dolcezza”. Rewena, del resto, significa proprio “pane fatto con lievito di patate”, a cui vengono aggiunte farina e zucchero. La pagnotta, nonostante il retrogusto dolciastro, viene comunque usata per preparare gli hamburger.

Agnello arrosto

Come anticipato, la carne in Nuova Zelanda è tra gli ingredienti preferiti, e in particolare l’agnello neozelandese è conosciuto per l’altissima qualità, oltre che per il sapore prelibato. La carne è tenerissima: da più di 150 anni, i neozelandesi si dedicano all’allevamento con pratiche naturali e sostenibili (i costi, infatti, sono elevati). Qui l’agnello viene proposto arrosto, alla griglia o fritto, accompagnato da contorni a base di verdure e pochi condimenti (come rosmarino).

Paua

Sono una vera e propria istituzione in Nuova Zelanda: la lumaca di mare commestibile viene cucinata in tantissimi modi, per esempio insieme al curry, una spezia che completa il piatto con un sapore deciso, oppure in brodo. O persino in omelette, in alcuni ristoranti. I gusci delle lumache di mare vengono poi impiegati in bigiotteria. E per chi lo desidera, per provare l’autentica cucina di mare neozelandese, consigliamo i bianchetti, che sono sottoposti a una stagione di pesca specifica (dal primo settembre fino al 30 ottobre). Vengono proposte in frittella, esattamente come in alcune zone d’Italia.

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Viaggio in Nuova Zelanda: scopri l’iconico Beehive

Stai programmando un viaggio in Nuova Zelanda? In questo caso, pianifica una visita al Parlamento neozelandese e scopri il celebre Beehive. Durante il tour potrai conoscere il funzionamento del processo parlamentare del Paese, osservare alcune delle numerose opere d’arte e degli oggetti della Collezione parlamentare e conoscere i dettagli architettonici che lo hanno reso famoso. Sede della democrazia in Nuova Zelanda, il Beehive, l’alveare del Paese, è uno degli edifici più iconici di Wellington.

Come visitare  il Beehive, l’alveare di Wellington

Ci sono diversi modi per approfondire la propria conoscenza del Beehive, sia attraverso una visita guidata gratuita che prendendo una mappa e orientandosi da soli al suo interno. Quello che dovrai senz’altro fare è prenotare con un discreto anticipo la tua visita guidata – gli accessi sono limitati –  e monitorare eventuali comunicazioni in arrivo perchè, trattandosi di un edificio governativo, alcune aree potrebbero essere chiuse al pubblico in determinate giornate per ragioni di servizio. Se preferisci una visita in autonomia e vuoi stare all’aria aperta, sempre che non ti infastidisca il vento di Wellington, scarica la mappa auto-guidata ed esplora il parco al tuo ritmo. La mappa copre ogni aspetto, dalla storia degli edifici alle figure di spicco del passato politico della Nuova Zelanda fino a una capsula del tempo sepolta nel parco. Potrai ritirare una copia della mappa del tour esterno autoguidato presso il Centro visitatori o scaricarla qui. Nell’edificio potrai visitare le gallerie pubbliche  e i Comitati Ristretti.

Gallerie pubbliche

Le gallerie pubbliche della Camera dei Dibattiti sono aperte al pubblico in qualsiasi momento della seduta dell’Assemblea e da lì è possibile osservare i deputati mentre rispondono alle domande, discutono i temi del giorno e votano le leggi.

Comitati ristretti

I Comitati Ristretti lavorano per conto del Parlamento e riferiscono le loro conclusioni all’Assemblea. Esistono fino a 13 comitati ristretti per area tematica, più comitati ad hoc istituiti di volta in volta per scopi particolari. I comitati ristretti spesso richiedono contributi pubblici quando esaminano un progetto di legge o un’inchiesta. Molte delle riunioni dei comitati ristretti sono aperte al pubblico.

Informazioni utili per visitare il Beehive della Nuova Zelanda

Il pubblico che si trova all’interno del Parlamento neozelandese per visite guidate o altri motivi può scattare foto per scopi personali e non commerciali in alcune aree selezionate degli edifici. Fai attenzione però, le circostanze cambiano continuamente, pertanto le opportunità di fare delle foto saranno sempre indicate dalle guide sul momento.

Il Parlamento e gli edifici ad esso collegati sono ambienti di lavoro con una serie di misure di sicurezza. Alcuni edifici ospitano anche opere d’arte soggette a copyright. Per garantire la sicurezza del personale e l’assenza di violazioni dei diritti d’autore, l’uso di fotografie e telefoni cellulari da parte dei visitatori è soggetto ad alcune restrizioni.

Quando si visita il Parlamento, è necessario passare attraverso i controlli di sicurezza. Se arrivi per una visita guidata, per le gallerie pubbliche o per un comitato ristretto, assicurati di esser lì con almeno 15 minuti di anticipo per avere il tempo di passare i controlli prima dell’inizio della visita o della sessione.

La maggior parte dei tour prevede un video preliminare che inizia 5 minuti prima dell’orario di inizio del tour. Sebbene non sia indispensabile arrivare prima dell’inizio del video, ti consigliamo di lasciare il tempo necessario per passare il controllo e registrare i tuoi effetti personali prima dell’inizio del tour. Inoltre, in caso non arrivassi prima dell’orario di inizio del tour, il tuo posto potrebbe essere ceduto a qualcun altro. Per prepararsi al controllo, vanno rimossi tutti gli effetti personali dalle tasche (comprese chiavi, monete, ecc.) e inseriti nelle borse. Tutti gli effetti personali, comprese le borse, saranno custoditi nel guardaroba durante la visita. Se visiti anche la Public Gallery, dovrai sottoporti a un secondo controllo di sicurezza. Gli oggetti necessari per ragioni mediche possono essere tenuti in tasca (ad esempio gli inalatori).  Chiaramente, a causa di impegni parlamentari, alcune sale del percorso di visita potrebbero non essere disponibili durante la visita. L’Aula non è disponibile dopo le 13:00 nei giorni di seduta e altre sale sono periodicamente chiuse per eventi o altre attività.

beehive wellington sunset

Fonte: iStock

Un bel tramonto sull’iconico Beehive

Regole generali per foto e video:

Non è consentito fotografare oggetti o opere d’arte in generale, a meno che non sia indicato dalla guida ufficiale. La privacy e la sicurezza di coloro che lavorano o visitano il Parlamento neozelandese devono essere sempre rispettate. Non è consentito fotografare gli spazi di lavoro (corridoi, uffici, ecc.) e altre persone.
L’uso di macchine fotografiche è consentito in altre parti dei percorsi di visita. In considerazione degli altri visitatori, i telefoni cellulari non devono essere utilizzati durante il tour, a meno che non sia stato indicato dalla tua guida.
I visitatori che partecipano a eventi e riunioni possono essere autorizzati a scattare foto in alcune delle sale, previo l’assenso della guida ufficiale. I permessi dipendono dalle operazioni in corso al momento nel Parlamento; può succedere che ti venga richiesto di non scattare foto o di cancellare quelle realizzate. Queste regole si applicano a tutti i dispositivi, fotocamere, telefoni e tablet, e si estendono anche alla registrazione del suono. È sempre vietato l’uso di treppiedi. La mancata osservanza del protocollo fotografico può comportare l’allontanamento dal tour o dalla visita.

Come si arriva al Parlamento?

In auto, a piedi o in bicicletta

Il Parlamento si trova all’angolo tra Lambton Quay, Bowen Street e Molesworth Street. Non è possibile parcheggiare all’interno del Parlamento ma i posti auto a pagamento sono disponibili in Molesworth Street per un massimo di due ore e in altre strade laterali intorno al Parlamento. L’ingresso pubblico si trova nel piazzale del Parlamento e l’accesso senza gradini è disponibile dai cancelli di Molesworth Street.

In autobus

Il Parlamento è servito dagli autobus 2, 13, 33 e 34 su Bowen Street e 14, 22, 32x, 81 e 84 su Molesworth Street.

In treno

Il Parlamento si trova a 10 minuti a piedi dalla stazione ferroviaria di Wellington. Seguire le indicazioni per Lambton Quay & Parliament dalla stazione.

beehive wellington

Fonte: iStock

Programma la tua visita al Parlamento della Nuova Zelanda

Visitare il Parlamento virtualmente

Sei in Nuova Zelanda ma il tuo viaggio ti ha portato lontano e non puoi visitare il Parlamento di persona? Esiste un’APP per la creazione di una serie di esperienze di realtà virtuale che ti porteranno al centro del Parlamento neozelandese, ovunque ti trovi nel Paese. L’applicazione Parliament XR è un tour in realtà virtuale che puoi scaricare direttamente sul tuo dispositivo Apple o Android. È disponibile gratuitamente su App Store o Google Play. Inoltre, vengono messe a disposizione anche delle visite guidate online su richiesta, con una guida dal vivo via Zoom.

Mangiare al Beehive

Per una vistia completa degli edifici del Parlamento neozelandese, concediti una pausa in uno dei punti ristoro presenti. Il caffè Copperfields è aperto al pubblico dalle 8:30 alle 15:00. Con un menu à la carte, una selezione di piatti caldi e freddi e una rotazione giornaliera di deliziose torte, fette e biscotti, Copperfields è un luogo ideale per un pranzo informale o un caffè e uno spuntino prima o dopo la visita del Parlamento.

Il ristorante Bellamys è aperto dal martedì al venerdì per pranzo e cena. Bellamys è uno dei più antichi ristoranti della Nuova Zelanda, creato per i primi membri del Parlamento che avevano bisogno di un posto dove mangiare e bere. Negli anni Ottanta del XIX secolo, Bellamys si è trasformato nel miglior ristorante e bar del paese. Il menu presenta tuttora il meglio della cucina neozelandese.